* L’energia positiva delle piante

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Ma il viaggiatore è uno schiavo dei propri sensi; la sua presa su un fatto può essere completa solamente quando è rafforzata dalla prova sensoriale; egli può conoscere davvero il mondo soltanto quando lo vede, lo sente e lo annusa.

Robert Byron

I sensi sono alla base della silvoterapia, una terapia con antiche origini celtiche che insegna a sfruttare l’energia positiva delle piante per rigenerare il nostro corpo ma soprattutto il nostro spirito.

Leggende antiche legate alle mistiche religioni e le magie nordiche che provenivano dai boschi, i sacerdoti celtici praticavano questa terapia che conferiva immediato sollievo a coloro che vi si sottoponevano.

Oggi non c’è bisogno di cercare un vecchio sacerdote celtico per curarci dalla depressione e dalla frenesia dei nostri giorni, la silvoterapia la possiamo fare anche da soli camminando nei boschi, nelle pinete, una pratica che era consigliata soprattutto ai malati di tubercolosi.

La scienza che ha studiato questa antica arte ha scoperto che i benefici proverrebbero dagli ioni negativi che producono gli alberi e che aiuta a liberare la mente e a sentirsi meglio. Pensate che un albero con un diametro di chioma di 15 m è in grado di produrre in un giorno il necessario giornaliero di ossigeno per 14 persone.

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La ionizzazione negativa dell’aria crea una sensazione generale di rilassamento corporeo, un abbassamento della pressione sanguigna e della frequenza respiratoria, migliora le capacità cognitive e di attenzione ma soprattutto normalizza la funzione neurale.

Altre ricerche dimostrano che una bella passeggiata in un bosco allevia il mal di testa e rinforza il sistema immunitario, per non parlare del riequilibrio delle funzioni ormonali.

In Australia nei parchi ci sono appositi cartelli che invitano i visitatori ad abbracciare gli alberi, nei paesi nordici esiste tutta una cultura basata sugli abbracci agli alberi chiamata “Tree hugging“.

Per far si che la terapia funzioni si dice che ci sia una procedura da seguire, si appoggia la schiena al tronco, si sistema il palmo della mano destra sul plesso solare che corrisponde alla bocca dello stomaco e il dorso della sinistra a contatto con i reni. In questa posizione, si fanno respiri lenti e profondi per venti minuti circa.

Ma se non vogliamo abbracciare l’albero o starne a contatto, per trarne beneficio basterà camminare in mezzo a loro, in silenzio assaporandone i colori, gli odori e i rumori… coinvolgendo tutti i sensi, anche il tatto, si avrà una sensazione di immediato benessere… Provare per credere.

I Celti avevano classificato i vari “poteri curativi” delle varie piante, li trovate qui di seguito, e quando imparerete ad ascoltarli vi renderete conto che alcuni di essi vi attraggono… mentre altri vi respingono, questo lo potete anche constatare voi stessi quando li osservate con il solo senso della vista già potete farvi un’idea… immaginate di poter usarli tutti…

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Agrifoglio: vita e protezione.

Sambuco: rigenerazione, vita e morte.

Sorbo selvatico: rinascita, magia e protezione contro le negatività.

Biancospino: purezza, intuizione, viaggi interiori

Quercia: simbolo di potere, energia, sopravvivenza e passaggio tra i mondi.

Pruno selvatico: azioni forti, influenze esterne a cui è necessario obbedire.

Nocciolo: meditazione, saggezza interiore, intuizione, potere di divinazione.

Melo: scelta.

Edera: risorse interiori e ricerca del sé.

Ontano: protezione spirituale e potere oracolare.

Betulla: simbolo di sacrificio, purificazione, rinascita, conoscenza.

Salice: appartiene all’universo femminile e  porta con sé aspetti lunari e ispirazione poetica.

Frassino: simbolo dell’albero del mondo, della rinascita e dell’iniziazione.

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Fonte:

http://www.eticamente.net/16028/silvoterapia-abbracciare-gli-alberi-per-curarci-dai-nostri-mali.html

* Le piante sono in grado di imparare e ricordare?

 

Forse qualcuno si ricorda di un giallo nel quale l’assassino veniva scoperto da una pianta…sì, una pianta che aveva chiuso le sue foglie al suo passaggio! Lei era li al momento dell’omicidio e ricordava la sua presenza ed il suo atto!

La Dr. Monica Gagliano, ricercatrice del Consiglio Australiano di Ricerca e membro del Centro per la Biologia Evoluzionistica della Univerisity of Western Australian, ha pubblicato uno studio in cui tratta di una particolare pianta che mostra comportamenti che implicano capacità di comprendere una situazione e memorizzarne l’esito anche dopo tanto tempo. L’articolo, pubblicato insieme a Michael Renton, Martial Depczynski ed il Professor Stefano Mancuso, dell’Università di Firenze, è intitolato “Experience teaches plants to learn faster and forget slower in environments where it matters.”

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La pianta in causa si chiama Mimosa pudica ed è particolare perché ha un meccanismo di riflesso che fa si che le sue foglie si chiudano quando vengono toccate, per meglio proteggersi da predatori.

La Mimosa pudica è una pianta perenne appartenente alla famiglia delle Leguminosae ed è originaria dell’America del Sud (Brasile).Le foglie sono verdi con una forma ovale allungata e proprio nelle foglie troviamo la particolarità di questa pianta classificata come ” sensitiva “. Durante le ore notturne o se sfiorate, le foglie della Mimosa Pudica si chiudono su se stesse ed i suoi rami si afflosciano; da qui il nome ” pudica” dal latino pudicus ovvero vergogna.

La Dr. Gagliano ed i suoi colleghi hanno mostrato che è in grado di gestire comportamenti complessi come imparare e ricordare, senza alcun cervello (come invece succede per gli animali). Per farlo hanno usato un esperimento solitamente applicato agli animali per testare la loro capacità di imparare dalla propria risposta comportamentale.

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La Dr. Gagliano ed i suoi colleghi hanno messo alla prova la memoria a corto e lungo termine della Mimosa sia sotto un ambiente con tanta luce che sotto un ambiente con luce scarsa. L’hanno fatto creando una risposta di difesa, facendo cadere gocce d’acqua sulle foglie, sia verticalmente che orizzontalmente. Dopo poco, la pianta ha smesso di chiudere le foglie quando ha imparato che il ripetuto disturbo non portava ad alcun danno.

Le piante di mimosa sono state in grado di acquisire questo nuovo comportamento in pochi secondi, e come con gli animali, la capacità di imparare era maggiore in ambienti meno favorevoli, come bassa luce. La cosa ancor più straordinaria è che le piante si sono ricordate del nuovo comportamento anche svariate settimane dopo, con condizioni ambientali molto diverse.

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Alle piante manca ovviamente un tessuto nervoso, ma possiedono una complessa rete basata sul calcio, che permette alle proprie cellule di essere in contatto e reagire insieme. I ricercatori sottolineano che non sapiamo ancora molto riguardo a questo sistema, ma che si dimostra molto più simile ai processi animali di quanto avremmo mai immaginato (sebbene comunque con enormi differenze).

I ricercatori hanno sottolineato poi che ancora non è compresa bene la natura di questi comportamenti, ma che la ricerca cambia radicalmente il modo in cui andrebbero considerati i confini tra i due grandi regni (piante ed animali), e forse alcuni comportamenti, come appunto la capacità di imparare e usare la memoria, non sono esclusiva del regno animale come si pensava.

Tutto ciò che è manifesto ha una coscienza, dall’essere umano, alle piante, ai minerali, agli animali, ai soli, pianeti, e galassie fino al più piccolo granello di sabbia. Tutto è interconnesso e alimentato dalla stessa Energia Cosmica.Tutto è in continua evoluzione.

 

Fonte:

http://www.news.uwa.edu.au/201401156399/research/move-over-elephants-mimosas-have-memories-too

 

* La buona notizia del venerdì: Il bosco in verticale

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Bosco verticale è il nome di due torri residenziali di 111 metri e 78 metri disegnate da Boeri Studio (Stefano Boeri, Gianandrea Barreca e Giovanni La Varra) facenti parte del Progetto Porta Nuova inserito nel centro Direzionale di Milano.

La peculiarità di queste costruzioni è la presenza rispettivamente di oltre 900 specie arboree (550 alberi nella prima torre e 350 nella seconda, circa) sugli 8 900 m² di terrazze.

La struttura è stata completata nel primo quadrimestre 2012, si sta attualmente procedendo con la realizzazione delle facciate e degli impianti.Il progetto ha come finalità la riqualificazione del quartiere storico Isola di Milano tra via De Castillia e via Confalonieri e si compone di due torri residenziali di cui la maggiore alta 111,15 metri (chiamata Torre E) con 24 piani e la minore alta 78 metri (chiamata Torre D) con 17 piani.

È chiamato Bosco verticale in quanto a ogni torre verranno impiantati degli alberi, 550 arbusti tra i tre e i sei metri nella Torre E e 350 nella Torre D che aiuteranno ad assorbire polveri, smog e a produrre ossigeno.

Il Bosco Verticale non è da intendersi come un omaggio alle specie arboree dell’areale milanese in quanto esse sono circa una cinquantina.

La costruzione delle due torri è cominciata tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, con l’inizio della posa delle fondamenta. Tra la metà del 2010 e l’inizio del 2011 la costruzione procede molto lentamente, le torri crescono di soli cinque piani, con il nucleo che arriva al settimo piano.

Ciò nonostante, durante il 2011 la costruzione procede e, al 23 luglio, le torri toccano il decimo piano, per arrivare al quindicesimo attorno a settembre dello stesso anno. Ad inizio 2012 sono state completate le strutture, attualmente si sta procedendo alla realizzazione di facciate e impianti.

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Un’ idea nuova, visionaria: il verde che si arrampica verso l’ alto, due torri per abitazione di centosei e ottanta metri di altezza che diventano un bosco.

UN BOSCO che lascia lo spazio orizzontale e avvolge le terrazze di un palazzo intero, trasformando un parallelepipedo di cemento, vetro e acciaio in una foresta che stupisce chi guarda il nuovo skyline di Milano, passando dalle guglie del Duomo alla guglia hi-tech del grattacielo di Cesar Pelli.

«Il Bosco verticale è un esperimento, e mi piace pensare che sia nato nel posto giusto, nella città che osa: basti pensare alla Torre Velasca»: Stefano Boeri ha progettato le due torri di Porta Nuova nel 2007.

Le piante previste sono 20mila, di cui 4mila arbusti, 750 alberi, in un rapporto di 2 alberi ogni essere umano presente nelle torri.

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Una scelta verde non casuale, anzi: due botaniche – Laura Gatti ed Emanuela Borio – hanno studiato con cura quali specie scegliere in base all’ esposizione, all’ altezza, alla ventosità (per alcune piante si sono fatti anche test nella galleria del vento di Miami, per capire la resistenza dei tronchi che, piantati ad altezze ragguardevoli, devono essere sicuri).

Se nelle terrazze espostea sud, quindi, prevalgono le specie mediterranee, come ulivi e limoni, a nord si trovano querce, lecci, faggi, magnolie caduche. E poi ci sono le piante più piccole: mettendo assieme tutto il verde previsto sulle due torri si arriva a due ettari di bosco orizzontale.

http//wikipedia.org

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/08/28/la-sostenibile


“ la linea orizzontale
ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
con le palpebre chiuse
s’intravede un chiarore
che con il tempo e ci vuole pazienza,
si apre allo sguardo interiore:
inneres auge, das innere auge “

Franco Battiato

* Le piante comunicano tra loro

Ecco Come le Piante si Parlano tra di Loro per Aiutarsi a Crescere

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Avere un vicino con cui fare “due chiacchiere” può migliorare moltissimo la germinazione in alcune piante!

Questo è quello che un gruppo di ricercatori di biomedicina hanno scoperto e pubblicato recentemente nel giornale scientifico “BMC Ecology“. Anche quando viene bloccato ogni contatto di comunicazione conosciuto, come il contatto, o la possibilità di scambiarsi segnali di luce o chimici, le piante usate (dei peperoncini), hanno comunque trovato il modo di comunicare con le vicine piante di basilico, crescendo così molto meglio. Questo suggerisce che forse sotto potrebbe esserci qualcosa di ancora sconosciuto. I ricercatori propongono la possibilità di comunicazione tramite vibrazioni nanomeccaniche a livello cellulare.

Monica Gagliano e Michael Renton, dell’Università della Western Australia, hanno tentato di far crescere delle piante di peperoncino in presenza ed in assenza di altre piante di peperoncino o di basilico. Nell’assenza di una pianta vicina, le percentuali di germinazione della pianta erano molto basse, ma quando c’erano delle piante vicine con cui erano in grado di comunicare liberamente, il numero di semi formati aumentava notevolmente.
I ricercatori hanno poi bloccato la comunicazione tra le piante con un telo nero di plastica, che non permetteva ne la comunicazione attraverso luce ne segnali chimici. Ma i peperoncini continuavano a germinare come se potessero comunicare lo stesso con le piantine di basilico. Una risposta parziale è stata trovata nel caso di piante di peperoncino pienamente cresciute a cui è stata bloccata la comunicazione conosciuta con i semi.

Impostazione dell’esperimento

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Dr. Gagliano spiega i risultati dicendo: “I nostri dati mostrano che le piante sono in grado di influenzare positivamente la crescita dei semi, per via di un qualche meccanismo ancora sconosciuto. Cattivi vicini, come il finocchio, bloccano la germinazione del peperoncino allo stesso modo in cui il basilico la aiuta. Pensiamo che la risposta possa trovarsi in segnali acustici generati usando oscillazioni nanomecaniche all’interno delle cellule, che permettono una rapida comunicazione tra le piante vicine.”

non si può non comunicare

Fonte:
http://www.biomedcentral.com/content/pdf/1472-6785-13-19.pdf

* Natura morta con cachi di stagione

Mia nonna era una pittrice.

Dipingeva grandi arazzi con temi bucolici e sofisticate miniature su pergamena.

Mi è cara una piccola natura morta ad olio con frutta di un acceso e vibrante arancione.

Ho sempre pensato che fossero arance…

Ma, smontando la cornice per rinnovarla, in un angolo nascosto ho trovato il titolo:

” natura morta con cachi di stagione”

 

Il cachi è noto in botanica con il nome Diospyros kaki: deriva dal greco ed è costituito da due parole “Diòs” (riferito al dio Giove) e “pyròs” (frumento). Quindi, il cachi viene definito il frumento di Giove, “cibo degli dei”, per merito del suo sapore dolcissimo e unico ed originale.“kaki” fa riferimento, invece, al colore aranciato del frutto.

Il Diospyros kaki è un albero molto comune in Cina e Giappone dove è coltivato fin dalla antichità, con il nome “ Mela d’Oriente” e Loto del Giappone”. Sarà solo nel 1796 che il direttore, inglese, del Giardino Botanico di Calcutta ne porterà alcuni esemplari in Inghilterra.
Si ha notizia che un cachi fu piantato, nel 1870, nel Giardino Botanico di Boboli a Firenze. Qualche anno più tardi (1879) ne furono piantati diversi nell’Orto Botanico di Villa Giulia a Palermo, dove ancora oggi sopravvivono.

Il nome cachi (kaki) è l’equivalente del suono in lingua giapponese con il quale si designa l’albero ed il frutto; con tale nome pervenne in Inghilterra e così si diffuse.

Nel linguaggio dei fiori quello del cachi simboleggia l’eloquenza.

Un particolare significato è stato attribuito alla pianta di cachi recentemente: al bombardamento atomico di Nagasaki il 9 agosto 1945 è miracolosamente sopravvissuto una piccolo alberello di cachi. Nel 1994 uno fitopatologo giapponese è riuscito a far nascere da quell’alberello alcune piante di seconda generazione ed il Museo del bombardamento atomico ha cominciato a distribuirle ai bambini in visita come segno di pace, di speranza e di rinascita.

Nel 1995 durante la preparazione di una mostra a Nagasaki l’artista Miyajima Tatsuo venne a conoscenza dell’ albero di kaki sopravvissuto al bombardamento atomico e del fatto che il biologo Ebinuma Masayuki che se ne prendeva cura era riuscito a far crescere dai semi di quell’albero delle nuove piantine che Ebinuma donava ai bambini in visita a Nagasaki come simbolo di pace.  

Miyajima e Ebinuma hanno creato insieme un progetto per piantare in giro per il mondo nuove piantine di kaki ricavate da quell’unico esemplare sopravvissuto alla catastrofe.

Ecco il loro progetto: Revive Time Kaki Tree Project

Nel periodo invernale sulle bancarelle dei mercati giapponesi fanno la loro comparsa gli hoshi-gaki, i cachi secchi. Ne esistono di varie qualità, i più ricercati sono prodotti artigianalmente e addirittura “massaggiati” a mano prima di essere compressi tra tavolette di legno.

Il frutto del cachi ha profondi significati simbolici in Giappone, tanto è vero che è protagonista delle offerte religiose legate alla celebrazione del Capodanno: in ogni casa viene predisposto un piccolo altare su cui si impilano cibi rituali come tortini di riso, arance amare, alghe kombu e cachi secchi.

Haiku:

Te ni nosete

kaki no sugata

no horebore akaku.

Sul palmo della mano

rosseggia, rutilante nella sua pienezza,

un cachi.

Santōka

(1882-1940)

( L’ haiku (俳句) è un componimento poetico nato in Giappone composto da tre versi per complessive diciassette sillabe)

Fonti:

http://www.rossellamarangoni.it

http://tusciaintavola.tusciamedia.com