* E la zucca cosa c’entra ad Halloween?

E LA ZUCCA COSA C’ENTRA AD HALLOWEEN?


Con il termine zucca vengono identificati i frutti di diverse piante appartenenti alla famiglia delle Cucurbitaceae, in particolare alcune specie del genere Cucurbita (Cucurbita maxima, Cucurbita pepo e Cucurbita moschata) ma anche specie appartenenti ad altri generi come ad esempio la Lagenaria vulgaris o zucca ornamentale. La zucca è comunemente usata nella cucina di diverse culture: oltre alla polpa di zucca, se ne mangiano anche i semi, opportunamente salati. La zucca è un ortaggio che si presta a mille ricette: si consuma cucinata al forno, al vapore, nel risotto o nelle minestre, fritta nella pastella. Dai semi si ottiene un olio rossiccio usato in cosmesi e cucina tradizionale.

Ancora oggi alla vigilia di All Hallows, 31 ottobre, la gente continua a celebrare le feste di Samhain, capodanno celtico, e di Pomona , festa romana in onore della dea dei frutti e dei giardini.
Con la diffusione del cristianesimo non si sono dimenticate queste usanze.
Il 31 Ottobre è diventato  noto come All Hallow Even, infine All Hallow’s Eve, Hallowe’en, e poi -. Halloween The Halloween . Quindi ciò che si celebra oggi, contiene tutte queste influenze, Pomona Day, il Festival di Black Cats di Samhain, la magia, gli spiriti maligni, i fantasmi, gli scheletri e i teschi.

E la zucca cosa c’ entra?

I Celti che vivevano in quello che ora è la Gran Bretagna e la Francia settentrionale avevano una lanterna, quando camminavano alla vigilia del 31 ottobre.
Queste lanterne erano fatte in grandi rape scavate e con  le luci dentro: servivano a tenere lontani gli spiriti maligni.
I bambini scolpivano le rape che venivano chiamate “jack-o-lanterns.”
I Jack-o’-lantern venivano ricavati da grandi rape, barbabietole e cavoli rapa prima dell’introduzione della zucca dall’America.
Un Jack-o’-lantern (in italiano Giacomo del lanternino) è una zucca intagliata a mano.
Si scava la polpa interna, la zucca diventa una forma vuota e con vari tagli assume la sagoma di una testa . Tolta la calotta superiore, una luce, in genere una candela, viene inserita all’interno della zucca. Così dall’esterno è possibile vedere i tratti di un volto illuminato con i particolari degli occhi e della bocca che ride o sghignazza.

La leggenda narra che il “ jack-o-lantern“, prende il nome da un vecchio avaro, di nome Jack, che quando morì era troppo avaro per entrare in paradiso.

Jack scese all’inferno e incontrò il diavolo che gli diede un pezzo di carbone ardente e lo mandò via.
Jack mise il carbone ardente in una rapa e la usò come lanterna per illuminare il suo cammino.
La leggenda dice che Jack sta ancora camminando a piedi con la lanterna alla ricerca di un posto dove fermarsi.
Così è nata la credenza che i defunti vaghino per la terra con dei fuochi in mano e cerchino di portare via con sé i vivi (in realtà esistono i fuochi fatui, causati dalla materia in decomposizione sulle sponde delle paludi); è bene quindi che i vivi mostrino una faccia orripilante con un lume dentro per ingannare i morti.
Questa usanza fa riferimento anche alle streghe, che venivano bruciate sui roghi o impiccate; infatti, si pensava che queste vagassero nell’oscurità della notte per rivendicare la loro morte   ed approfittassero del maggior potere loro conferito durante la notte di Halloween.
Quando i primi coloni arrivarono in America scoprirono le grandi zucche tonde arancioni.
Esse erano molto più grandi delle rape e quindi, la rapa venne sostituita dalla grande zucca arancione per i festeggiamenti.
Da allora in tutto il mondo, si celebra Halloween con le grandi zucche arancioni

L’usanza è tipicamente statunitense ma probabilmente deriva da tradizioni importate da immigrati europei: l’uso di zucche o, più spesso in Europa, di fantocci rappresentanti streghe e di rape vuote illuminate, è documentato anche in alcune località del Piemonte, della Liguria, della Campania, del Friuli (dove si chiamano Crepis o Musons), dell’Emilia-Romagna, dell’alto Lazio e della Toscana, dove la zucca svuotata era nota nella cultura contadina con il nome di Zozzo.[2]

Anche in varie località della Sardegna la notte della Commemorazione dei Defunti si svolgono riti che hanno strette similitudini con la tipica festa di Halloween d’oltreoceano, nel paese di Pattada si intagliano le zucche, in altre località si svolge il rito de “Is Animeddas” (Le Streghe), de Su bene ‘e is animas, o de su mortu mortu, dove i bambini travestiti bussano alle porte chiedendo doni.
Questo rito in Molise viene chiamato “l’anim’ de le murt”.

L’uso delle zucche era ben presente anche nella cultura contadina della Toscana fino a pochi decenni fa, nel cosiddetto gioco dello zozzo.
Nel periodo compreso tra settembre e novembre si svuotava una zucca, le si intagliavano delle aperture a forma di occhi, naso e bocca; all’interno della zucca si metteva poi una candela accesa. La zucca veniva poi posta fuori casa, nell’orto, in giardino ma più spesso su un muretto, dopo il tramonto e per simulare un vestito le si applicavano degli stracci o addirittura un abito vero e proprio. In questo modo avrebbe avuto le sembianze di un mostro provocando un gran spavento nella vittima dello scherzo, in genere uno dei bambini, mandato fuori casa con la scusa di andare a prendere qualcosa.

Una pratica identica era presente nel Lazio del nord, in anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale, e da far risalire, tramite testimonianze indirette, quantomeno alla seconda metà dell’Ottocento. La zucca intagliata ed illuminata veniva a volte chiamata La Morte.
L’uso di intagliare le zucche e illuminarle con una candela si ritrova anche in Lombardia e in Liguria, ad esempio nella cultura tradizionale di Riomaggiore nelle Cinque Terre, così come in Emilia ed in generale in tutta la pianura padana, dove fino alla fine degli anni 50 si svuotavano le zucche o si usavano normali lanterne ed illuminate da candele, venivano poste nei borghi più bui ed anche vicino ai cimiteri e alle chiese.
A Parma tali luci prendono il nome di “lümera”.

E dato che la zucca è un gradevole alimento e può essere usata in cucina anche per i dolci, ecco una ricetta classica per la notte di Halloween ( e anche dopo per tutto l’inverno! )

TORTA DI ZUCCA – PUMPKIN PIE

2 tazze grandi di polpa di zucca ben cotta

1 ½  tazza di panna per dolci ( oppure meglio panna e latte)
¼  tazza di zucchero di canna
½ tazza di zucchero bianco  ( oppure a scelta più zucchero di canna che bianco)
1 cucchiaino di cannella – anche abbondante!
½ cucchiaino di zenzero
¼ cucchiaino di noce moscata
qualche chiodo di garofano
2 uova leggermente sbattute

Mischiare bene tutti gli ingredienti
Riempire con il composto una teglia foderata con pasta frolla per crostate
Mettere nel forno e cuocere 15 minuti a 220°-230°, quindi ridurre il calore a 180° e cuocere per 45 minuti circa.
Servire con panna montata o – meglio- con gelato fior di latte

Fonti:
http://www.alimentipedia.it/Curiosita/Halloween.html

http://www.flickr.com/groups/vintagehalloween/

Per saperne di più vedi l’articolo“Non solo Halloween”

* Sebben che siamo donne: Le Guerriere Samurai

 

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Il fiore di ciliegio è l’immagine di un’idea di bellezza perfetta ma effimera, perchè un colpo di vento è sufficiente a distruggerla.

Metafora fin troppo accattivante per il guerriero, che facilmente vi scorgeva il riflesso della vacuità della propria esistenza… ed anche l’inconsistenza dei risultati conseguiti lungo il faticoso percorso di formazione nelle arti di combattimento, quella perfetta combinazione di precisione, efficacia ed eleganza che tuttavia, in ogni momento, un occasionale colpo di spada poteva vanificare. Per chi considerava la morte in battaglia l’unica via possibile per “chiudere” la propria esistenza terrena, una tale visione della vita non era tragica ma “naturale” .
Adottato allora come emblema della classe dei Samurai, il fiore di ciliegio ha mantenuto nel tempo il suo fascino magico ed è ormai assunto a scontata costante dell’iconografia delle arti marziali attualmente praticate. Un antico verso, ancora oggi ricordato, suona così:

hana wa sakuragi,
hito wa bushi

ovvero:

tra i fiori il ciliegio,
tra gli uomini il guerriero

 Ma il “guerriero” alloggiava forse solo fra gli uomini giapponesi? Certamente no! Nel Giappone Antico, attraversato dagli scontri armati e dalle lotte di potere, per trovare un “guerriero” si poteva benissimo cercare oltre il genere maschile.
Nel primo periodo feudale, infatti, le donne dei Samurai, erano costrette a passare lunghi periodi contando sulle sole proprie forze, condizione che rese il loro ruolo e la loro presenza fondamentali per tutto ciò che riguardava la sopravvivenza della famiglia.
Esse arrivarono ad assumersi gran parte della gestione finanziaria ed economica delle proprie case e la loro opinione su tutto ciò che riguardava il benessere della famiglia era tenuta in altissima considerazione. La loro stessa educazione prevedeva poi un allenamento costante nelle arti marziali.

L’arma prediletta, nel cui uso le donne dei clan eccellevano, era la “naginata”, micidiale combinazione di un’affilata lama montata su di un lungo e robusto bastone. Grazie all’estrema versatilità di quest’arma, una donna coinvolta in un combattimento contro corpulenti aggressori, riusciva comunque a compensare il divario fra la propria prestanza fisica e quella dei suoi avversari.

 

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Donne quindi che sapevano adattarsi ai tempi e che arrivavano anche a seguire i propri uomini in battaglia combattendo al loro fianco fino alla fine. In uno scenario come questo, popolato da donne chiamate a difendere le loro famiglie da possibili aggressioni o impegnate sui campi di battaglia accanto ai loro uomini, prese inevitabilmente forma la figura della donna guerriero, che impugnata la naginata ed armata di tutto punto sapeva diventare fiera testimone dei valori del Bushido: lealtà, onore, coraggio.
La più famosa fra le eroine che popolano l’immaginario popolare nipponico è senza dubbio Tomoe Gozen (1161-1184), le cui vicende ci provengono dalle numerose novelle e leggende a lei dedicate, nonchè dall’opera “Heike Monogatari” , poema epico che risale al periodo dello Shogunato Kamakura e che raccoglie il ciclo di cronache belliche della guerra tra i Minamoto e i Taira.

Legata al generale Minamoto Yoshinaka, sua concubina o sposa, Tomoe Gozen ebbe un ruolo di certo non marginale durante la guerra dei Genpei (1180-1185), grazie alle sue straordinarie doti marziali, al suo lignaggio e al suo impetuoso coraggio di guerriera.
Nell’opera “Heike Monogatari”, ella viene descritta come una donna particolarmente bella, con la pelle bianca, lunghi capelli e tratti affascinanti. Ma anche la sua abilità marziale veniva ampiamente elogiata: arciere formidabile ed abile spadaccina, guerriero di valore, pronta a confrontarsi con demoni e dei, a cavallo o a piedi, in grado di cavalcare destrieri indomabili dalle splendide criniere lungo ripidi pendii. Ovunque la battaglia fosse imminente, il generale Minamoto Yoshinaka la mandava in avanscoperta come suo primo capitano, equipaggiata con una pesante armatura, una gigantesca spada ed un grande arco. E non c’era altro guerriero che compisse più atti di coraggio di lei. Popolarissima quindi presso le truppe, si dice fosse capace da sola di fronteggiare migliaia di nemici.
L’iconografia la vuole a cavallo, vestita di una massiccio Yoroi (armatura giapponese) ed armata di tutto punto, spada, naginataed arco. Così si era presentata sul campo della battaglia di Awazu (21 Febbraio 1184), decisa a sostenere il suo amato a tutti i costi in quella battaglia ormai persa, per dargli il tempo necessario a commettere seppuku.

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Così Tomoe Gozen si scagliò contro l’armata di Yoshitsune Minamoto, cugino-rivale del generale Minamoto Yoshinaka, riuscendo ad infliggere al nemico numerose ed importanti perdite. Il generale Minamoto Yoshinaka, tuttavia, non riuscì nel suo intento e venne ucciso da una freccia.
Sulla sorte di Tomoe Gozen, la sua storia leggendaria propone invece numerose varianti, che non convergono ad un’unica versione: alcune si concludono con la sua morte in battaglia, altre raccontano come lei sia sopravvissuta, diventando poi una monaca buddista

Ma anche facendo un salto di secoli ed approdando “quasi” ai giorni nostri, alle soglie del 1900, si possono trovare ancora figure di donne-Bushi che della propria temeraria fierezza hanno lasciato molto più che delle leggende.

Fra queste spicca quella di Nakano Takeko il cui ricordo è tuttora vivo nel cuore dei suoi connazionali.
Di lei si hanno addirittura immagini fotografiche ed è anche ricordata da un monumento eretto in suo onore a Bangemachi.

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La storia di questa donna Samurai ha origine nella città di Aizu, in cui era nata e cresciuta. Valida praticante di arti marziali, che aveva appreso da famosi maestri dell’epoca, in particolare Nakano Takeko era un’esperta nell’uso della naginata, così come sua sorella Yuko e sua madre.
Conosciamo il periodo storico dell’impresa di Nakano Takeko anche grazie al film “L’ultimo Samurai”, ovvero il periodo della guerra ” Boshin”, una guerra civile giapponese combattuta tra il 1868 ed il 1869 tra i sostenitori dello Shogunato Tokugawa e i fautori della re-instaurazione dell’imperatore Meiji. Quest’ultima fazione era più piccola ma relativamente più modernizzata e fu presto in grado di far volgere l’andamento della guerra a proprio favore.
La fama di Nakano Takeko è legata alla storia della battaglia in difesa del Castello di Wakamatsu (1868), combattuta al fianco dei Samurai del clan Aizu. Il clan degli Aizu, fedele sostenitore dello shogunato Tokugawa, si trovò schiacciato da un enorme numero di soldati nemici: 3.000 Samurai contro ben 20.000 guerrieri modernamente armati.
Venne così chiamato a combattere chiunque fosse in grado di tenere in mano un’arma. Fu in questo drammatico contesto cheNakano Takeko si trovò a guidare il ” Joushitai”, la “Truppa delle donne”, un’unità di venti donne, determinata a tener testa alle truppe nemiche fino alla fine.
Durante il combattimento, ella si lanciò contro le linee nemiche, uccidendo con la sua naginata un elevato numero di guerrieri prima di essere colpita al torace da un colpo di fucile. Ferita, ma non ancora sconfitta, Nakano Takeko chiese alla sorella Yuko di tagliarle la testa, per evitare di finire nelle mani del nemico.
Ogni anno, durante il Festival autunnale di Aizu, un gruppo di giovani donne, con hakama e una fascia bianca in testa, segue la processione tradizionale per ricordare il sacrificio delle donne Joushitai.

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Fonte:

http://www.iwanami.it/Le%20Donne%20Samurai.asp

* I gatti da guardia

L’Ermitage di San Pietroburgo recluta felini per difendere i propri capolavori, dando loro un attestato di competenza a espletare l’incarico

 

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Il museo di Stato dell’Ermitage di San Pietroburgo recluta gatti per difendere i  propri capolavori e ciascuno dei felini da guardia dispone di un passaporto, con tanto di foto,  che ne attesta la competenza a espletare questo difficile incarico. 

Questi “gatti da guardia” passano per lo più  inosservati, perché abitano nei solai e nei sotterranei, al riparo dagli sguardi dei turisti. L’amministrazione del museo ha assunto queste guardie altamente qualificate sin dalla fondazione del museo, nel 1764.

I primi gatti furono integrati nel “servizio pubblico” a partire dal  XVIII secolo.

Lo zar Pietro I fu il primo a offrire rifugio a un grosso gatto che aveva portato con sé dai Paesi Bassi in quello che era allora il Palazzo d’Inverno, un enorme edificio tutto di legno.

Più avanti l’imperatrice Elisabetta ordinò che fosse reclutato un vero e proprio esercito di cacciatori di topi provenienti da Kazan, perché era terrorizzata dai piccoli roditori.

I felini acquisirono quindi  lo status di guardiani del palazzo durante il regno di Caterina II. E sempre sotto Caterina la Grande furono divisi in gatti da interni (discendenti della razza blu russa) e gatti da giardino, tutti quanti incaricati di dare la caccia a ratti e topi per difendere  la tranquillità di Sua Maestà.

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Il museo dell’Ermitage inizialmente era la collezione privata dell’imperatrice Caterina II che mise insieme 220 opere di artisti olandesi e fiamminghi grazie alla mediazione dei suoi rappresentanti a Berlino. In un primo tempo, la maggior parte dei quadri acquistati fu conservata nelle stanze isolate del Palazzo d’Inverno, oggi conosciuto con il nome di Ermitage che significa “eremo, luogo appartato”.

I gatti assunti dall’Ermitage sono sopravvissuti alla Rivoluzione d’Ottobre e hanno continuato il loro lavoro anche durante l’epoca sovietica. Non resistettero tuttavia all’assedio di Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale, tra il 1941 e il 1945: quando la popolazione affamata li  mangiò tutti, la città fu invasa dai topi. Ma appena concluso l’assedio, a Leningrado arrivarono dalle regioni centrali della Russia due interi vagoni carichi di gatti, che costituirono il nucleo centrale di un nuovo squadrone di cacciatori di topi.

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Il numero dei gatti non ha smesso di aumentare fino a raggiungere nella seconda metà degli anni Sessanta un livello senza precedenti. I felini a quel punto avevano invaso tutti i sotterranei, le stanze e i corridoi del museo e l’amministrazione del museo ricevette l’ordine di sbarazzarsene, cosa che fece. Ma qualche anno dopo, le guardie con la coda hanno dovuto essere richiamate, perché nella sua lotta per  la tutela delle preziose opere il museo non poteva fare a meno di loro.

Da allora i gatti dell’Ermitage sono sempre stati trattati e nutriti bene. Ognuno di questi “eremiti” dispone di un passaporto, con tanto di fotografia, attestante che ha tutte le qualità necessarie ad assolvere la difficile missione di proteggere i sotterranei del museo dai roditori.

Quando si ammalano, i gatti sono curati e sono rispettati per il loro lavoro.

I sotterranei del museo sono dotati di spazi appositamente riservati all’alimentazione dei felini o a curarli quando si ammalano. Oltretutto i dipendenti del museo conoscono maschi e femmine per nome, scelto con accuratezza per rispecchiarne il carattere.

 

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Il budget del museo non prevede alcun finanziamento per  questi gatti che vivono grazie alle offerte del pubblico e degli impiegati del museo.

La “Giornata del gatto” dell’Ermitage, celebrata ogni anno il 28 marzo, fa in ogni caso parte degli avvenimenti più importanti del museo: organizzata dai dipendenti, propone una serie di esposizioni didattiche e di concorsi appassionanti. 

 

Fonte:

Julia Galiullina, La Voce della Russia

* Chi ama il gatto è più intelligente di chi preferisce il cane ?

Ricerca Usa: chi ama il gatto è più intelligente di chi preferisce il cane ?

 

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La personalità dell’uomo può essere raccontata dai suoi animali di compagnia. Secondo uno studio condotto nella Carroll University di Waukesha, nel Wisconsin (Usa) chi convive con un cane è tendenzialmente diverso rispetto a chi invece preferisce la compagnia di un gatto.

La ricerca è stata condotta su 600 studenti universitari chiamati a rispondere ad alcune domande sul loro carattere e su quale fosse, tra cane e gatto, l’animale preferito. Il 60% del campione preso in esame ha prediletto il cane, l’11% il gatto e il restante 29% non ha mostrato alcuna preferenza in particolare. Il primo gruppo ha motivato la propria scelta sottolineando il valore della compagnia offerta dal cane, mentre i secondi hanno prediletto il gatto per il modo con cui dimostra il proprio affetto.

Lo studio della Carroll University ha confermato quanto espresso da una ricerca del 2010 condotta su 4.500 persone, da cui emergeva che chi predilige i cani è in generale più espansivo, mentre è tendenzialmente introverso chi preferisce i gatti.

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A questo risultato si aggiungono ulteriori dettagli: chi preferisce il piccolo felino sarebbe di solito non solo più introverso, ma anche più sensibile, anticonformista ed intelligente rispetto a chi invece, amando la compagnia di Fido, è più attivo e incline a seguire le regole sociali.

Denise Guastello, professoressa di psicologia nella Carroll Universy, ha spiegato che parte delle differenze tra amanti di cani e gatti potrebbe derivare dalle abitudini associate alla convivenza con l’uno o l’altro animale: “ha senso che un amante di un cane sia più vivace, perché vuole stare all’aria aperta, fuori, vuole parlare con le persone mentre porta a spasso il cane. Chi è introverso e sensibile forse preferisce stare a casa a leggere un libro, con il vostro gatto che non ha bisogno di andare fuori a fare una passeggiata”.

E’ comunque possibile che le persone scelgano il cane o il gatto in base alla propria personalità, portando i timidi sull’animale più guardingo e l’estroverso su quello più socievole.

Un punto su cui potrebbero soffermarsi le ricerche perché potenzialmente interessanti nello sviluppo di zooterapie interessanti.

Circa l’intelligenza del padrone – secondo lo studio ne sarebbe più dotato chi predilige il gatto – è possibile che gli studiosi siano occorsi qui in uno dei sei luoghi comuni sugli introversi.

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Pet therapy

L’espressione pet therapy, zooterapia in italiano, indica una terapia dolce che si basa sull’interazione uomo-animale. Il termine inglese “pet”, come sostantivo ha il significato di “animale domestico”, ma come aggettivo ha il significato di “prediletto” e come verbo è inteso come “vezzeggiare”, “coccolare”, “viziare”. Il significato stesso di questi termini, ci riporta alla mente un’idea di dolcezza e di rispetto reciproco.

La zooterapia consiste in una terapia di supporto a quelle tradizionali, ciò vuol dire che la pet therapy non è quindi una terapia a sé stante, ma una co-terapia che può essere utilizzata su pazienti affetti da patologie di diverso tipo per ottenere un miglioramento comportamentale, fisico, cognitivo, psicosociale o psicologico-emotivo.

Il fine che si propone la terapia con gli animali è quello di facilitare l’approccio medico e terapeutico delle varie figure mediche e riabilitative specialmente nei casi in cui il paziente non mostra la volontà di collaborare. In molti casi, quindi, la presenza di un animale consente di stabilire un rapporto emotivo con il paziente, tramite il quale è possibile creare un canale di comunicazione paziente-animale-medico e stimolare la partecipazione attiva del soggetto.

Per chi è indicata la pet therapy?

La terapia con gli animali viene utilizzata come co-terapia nel trattamento di disturbi del comportamento, sindromi depressive e disabilità, ma è impiegata soprattutto nelle forme di autismo . La zooterapia viene praticata nelle scuole, nelle comunità di recupero per portatori di handicap fisici e/o psichici, nelle carceri e negli altri Stati anche negli ospedali e nelle case di cura.

I bambini rappresentano i soggetti che rispondono meglio alla terapia con gli animali perché la loro comunicazione è spontanea e si basa sull’instaurazione di un rapporto di tipo emotivo-affettivo. È stato possibile constatare che coloro che hanno problemi di apprendimento riescono, grazie all’interazione animale, ad ottenere autostima e fiducia in stessi.

Altro campo di impiego delle pet therapy è il supporto per quegli gli anziani che soffrono di depressione e solitudine spesso legate alla perdita del coniuge. In generale, il rapporto che si stabilisce tra persona ed animale aiuta tutti chi tende a rinchiudersi nell’isolamento per diverse ragioni, rappresentate anche da handicap fisico.

Pet Therapy: esiste in Italia?

Allo stato attuale, in Italia non esiste una netta definizione giuridica riguardo le procedure ed i requisiti necessari per la terapia con gli animali, ad eccezione della regione Veneto. Questo è dovuto al fatto che è compito delle singole regioni emettere delle normative in materia, condizione che ha portato alla formazione di uno scenario molto eterogeno, composto da singole associazioni che utilizzano metodologie operative spesso molto differenti tra loro.

La conseguenza è che, spesso, tali approcci si sono rilevati dannosi sia per il paziente che per l’animale coinvolto, in quanto non vi era uno staff organizzato che potesse monitorare al tempo stesso sia lo stato del paziente che dell’animale utilizzato nella terapia.

Il nostro Paese dovrebbe aggiornarsi in tal senso, per permettere a tante persone che hanno bisogno di godere dei benefici che possono donare i nostri amici animali grazie alla zooterapia.

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Per saperne di più clicca qui:

Pet therapy: la zooterapia per avere un aiuto dagli amici animali http://it.euroclinix.net/blog/salute-psiche/pet-therapy-zooterapia.html#ixzz34p509iQ8

http://scienze.fanpage.it

 

* Sai leggere oltre l’apparenza ?

 

 

 

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Fonte: FB

Leggi anche:

” Usa il cervello”

” Uomo e donna ,cervelli diversi ma complementari, lo dice anche la scienza “

* Come sarebbe la terra con gli anelli di Saturno

Una delle cose più affascinanti dell’intero sistema solare, sono gli anelli planetari, specie quelli enormi e luminosi di Saturno!

Ma vi siete mai chiesi come sarebbe se anche la Terra fosse in possesso di simili strutture?

Iniziamo col dire che la Terra ha infatti avuto degli anelli.

Quando la Luna ha iniziato a formarsi, insieme si era formato anche un sistema di anelli, da cui probabilmente è stato raccolto tutto il materiale dal nostro satellite, con parte che è ricaduto sul pianeta. Questo è durato solo poco tempo, ma se ci fossero stati anche oggi?

 

 

 

Gli anelli di Saturno sono anelli planetari attorno al pianeta Saturno.

Sono composti da milioni di piccoli oggetti, della grandezza che varia dal micrometro al metro, orbitanti attorno al pianeta sul suo piano equatoriale, e organizzati in un anello piatto. Poiché, come per la Terra, l’asse di rotazione di Saturno è inclinato rispetto al piano orbitale, anche gli anelli risultano inclinati.

Gli anelli iniziano ad un’altezza di circa 6 600 km dalla superficie di Saturno e si estendono fino a 120 000 km, poco meno di un terzo della distanza Terra-Luna. A seguito dell’esplorazione ravvicinata della sonda spaziale Cassini-Huygens il loro spessore è stato misurato mediamente in circa 10 m e sono quindi estremamente sottili. In compenso gli anelli non sono completamente piatti, in alcune zone le particelle sono addensate in strutture che si estendono da 3 a 5 km sopra e sotto il piano degli anelli, proiettando così lunghe ombre in particolari momenti di inclinazione rispetto al sole.

Furono scoperti da Huygens nel 1655. In precedenza Galileo aveva notato che Saturno presentava delle protuberanze ai lati, ma la scarsa potenza del suo telescopio non gli aveva permesso di distinguerne la forma con chiarezza.

Gli anelli sono divisi in sette fasce, separate da divisioni che sono quasi vuote. L’organizzazione in fasce e divisioni risulta da una complessa dinamica ancora non ben compresa, ma nella quale giocano sicuramente un ruolo i cosiddetti satelliti pastori, lune di Saturno che orbitano all’interno o subito fuori dell’anello.

L’origine degli anelli è sconosciuta. Ci sono due ipotesi principali: che siano il risultato della distruzione di un satellite di Saturno, ad opera di una collisione con una cometa o con un altro satellite, oppure che siano un “avanzo” del materiale da cui si formò Saturno che non è riuscito ad assemblarsi in un corpo unico.

I diversi anelli vengono chiamati anche con le lettere dell’alfabeto. Originariamente la sequenza partiva dal più esterno (A) verso l’interno (B, C, ecc.), ma con la scoperta di nuovi anelli sia all’interno che all’esterno le lettere sono ora piuttosto mescolate.

Fonte:http://it.wikipedia.org/wiki/Anelli_di_Saturno

 

* Gatti in scatola

se c’entro ci posso stare” si applica a tutti i gatti !

….non importa quanto sono grandi.

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Vuoi una spiegazione scientifica del perchè il tuo gatto salta dentro immediatamente non appena tu appoggi una scatola a terra?

Guarda questo video!

I gatti per istinto preferiscono stare nascosti.

La scatole rappresentano per loro un luogo di privacy e sicurezza nel quale controllare tutto ciò che è fuori e poter uscire solo quando è necessario o indispensabile.