L’amor che move il sole e l’altre stelle…ed io avrò cura di te…

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie

dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo

Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore

dalle ossessioni delle tue manie

supererò le correnti gravitazionali

lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie

perchè sei un essere speciale

ed io

avrò cura di te….

vagavo per i campi del Tennesse

come vi ero arrivato chissà !

Non hai fiori bianchi per me?

Piu’ veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza

Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza

I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi

la bonaccia d’agosto non calmera’ i nostri sensi

Tessero’ i tuoi capelli come trame di un canto

Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono

Supererò le correnti gravitazionali

lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia

perchè sei un essere speciale

ed io

avrò cura di te…

Io sì…. che avrò cura di te …

( Franco Battiato)

https://youtu.be/uPLVPZPuPzU

* Ogni grande artista ha con sè un gatto

Ogni grande artista ha con sè un gatto!

( e non lo dico solo io….)

Il giorno prima di finire la sua vita  l’aveva preceduto il suo gatto “Utto”, finale di ” farabutto”, appellativo affettuoso che gli dava il suo compagno umano, il poeta Andrea Zanzotto.

 

 Vorrei che tu fossi più spesso con me 

a veder com’è vario il teatrino

che col micio combino. 

  Egli ha tanti nomi perché

muta secondo quel che fa

ma Uttino soprattutto resterà. 

Intanto si sente re del giardino

e gira a far la guardia con orari 

alquanto misteriosi o immaginari… 

  Ma quando da fuori arriva un rumore 

anche solo di un motorino 

scappa fin dentro la cappa del camino. 

  Tante mattine fa l’equilibrista 

ma non sempre riesce a spostarsi 

sui tralci e cade fuori dalla pista. 

  Ma subito scatta su un altro appiglio 

con volteggi speciali, e arriva a terra 

con ricche acrobazie che vi sconsiglio. 

  Ciò capita d’inverno, quando lui si fa grosso, 

di ciccia e di pelliccia 

e, cantando, lo chiamo «Cioccio, Cioccio»!

(Filastrocca inedita di Andrea Zanzotto.)

Nel tempo la predilezione per i gatti ha ispirato poeti e scrittori, rivelando nel gatto un elemento quasi imprescindibile della nostra esistenza.

Grandi poeti di tutti i tempi hanno dedicato versi innamorati ai loro amici felini, affascinati dall’eleganza delle loro movenze, dal loro spirito di indipendenza, dalla presenza discreta ma costante se scelgono la tua casa,dalla personalità spiccata di ogni esemplare.

E forse anche perchè c’è una antica credenza che se un manoscritto viene morso da un gatto avrà sicuramente successo.

Il poeta Aldous Huxley disse ai suoi allievi che gli avevano chiesto il segreto per avere successo in letteratura: “Se volete scrivere, tenete con voi dei gatti”.

Torquato Tasso, grande poeta del ‘500, scrisse “Sonetto per i miei gatti”, in cui chiedeva alla sua micia di prestargli gli occhi per poter scrivere anche di notte.


Charles Baudelaire, il poeta francese autore de “I Fiori del male”, era un grande amante dei gatti e a questi animali misteriosi e affascinanti ha dedicato molti versi, tutti contenuti nella raccolta “Spleen e Ideale”.

“Che dolce profumo esala da quel pelo
Biondo e bruno!
Com’ero tutto profumato
Una sera che l’accarezzai
Una volta, una soltanto!
E’ lui il mio genio tutelare!
Giudica, governa e ispira
Ogni cosa nel suo impero;
E’ una fata?
O forse un dio?
Quando i miei occhi, attratti
Come da calamita, dolci si volgono
A quel gatto che amo
E guardo poi in me stesso,
Che meraviglia il fuoco
Di quelle pallide pupille,
Di quei chiari fanali,
Di quei viventi opali
Che fissi mi contemplano!”

Che dire di Celine che non si separava mai dal suo gatto Bèbert in nessuno dei suoi viaggi e che lo salvò dalla persecuzione nazista, perchè non era un gatto di razza.

William Burroughs nel suo ” The cat inside” ( il gatto in noi) afferma che ciò che attira nel gatto è la sua misteriosa, fierissima indipendenza.

” Il libro dei gatti tutto fare” di T.S. Eliot è un campionario di personalità feline.

Ogni gatto descritto si potrebbe paragonare ad un essere umano, ma c’è sempre quel particolare in più che solo un gatto può sommare alle altre sue caratteristiche. E che un essere umano no…

Ne è come un simbolo dell’impossibilità di essere “normali” il romanzo di Colette ” La gatta” ( La Chatte) Saha, la gatta protagonista.

In realtà c’è un gatto o un suo simile fantasma quasi in ogni casa.

Thèophile Gauthier con un discorso brillante e divertente della sua vita con i gatti ” Serraglio privato ” ( Mènagerie intime) prende posizione contro un modo di pensare antropocentrico:

«Conquistare l’amicizia di un gatto è cosa difficile. È un animale filosofo, saggio, tranquillo, abitudinario, amante dell’ordine e della pulizia, e non ripone i propri affetti in maniera avventata: vuole sì essere tuo amico, se ne sei degno, ma non tuo schiavo. Anche nella tenerezza mantiene il libero arbitrio e non farà per te ciò che ritiene irragionevole; tuttavia, una volta che ti si è dato quale fiducia assoluta, quale fedeltà d’affetto!»


” La città dei gatti e la città degli uomini coesistono l’una dentro l’altra, ma non sono la stessa città.”

dice Italo Calvino ne ” Le città invisibili”

Quello di Jorge Luis Borges si chiamava Beppo

Il gatto bianco e celibe si guarda
Nella lucida lastra dello specchio
E sapere non può che quel candore
E le pupille d’oro non vedute
Mai nella casa sono la sua immagine.
Chi gli dirà che l’altro che l’osserva
E’ solamente un sogno dello specchio?
Penso che questi armoniosi gatti
Quello di vetro e quello a sangue caldo
Sono fantasmi che regala al tempo
Un archetipo eterno… “

“Uno scrittore senza un gatto è inconcepibile. Certo è una scelta perversa, poiché sarebbe più semplice scrivere con un bufalo nella stanza piuttosto che con un gatto. Si accucciano tra i vostri appunti, mordicchiano le penne e camminano sui tasti della macchina da scrivere.”

Barbara Holland autrice di “The Name of the Cat “

(Sono solo alcuni dei tanti artisti con gatti….)

” Un gatto, il tuo gatto, è un confortevole simbolo di saggezza e autonomia.
Lui ti sta vicino quando tu hai bisogno di lui e delle sue coccole.
Lui può fare a meno di te, tu no: è il tuo più amorevole compagno di viaggio.”

E, mentre faccio scorrere le dita sulla tastiera del mio Mac , il mio gatto sonecchia sul suo cuscino rosso. Ogni tanto apre gli occhi benevolo e mi comunica con lampi verde smeraldo che sa che scrivo di lui.

Leggi anche:

“Gattologiastorie di gatti”

” Gattologia “

“About me”

“Il Tao dei gatti”

( tutti i gatti di questo post sono d’autore )

 

 

 

* Valentino = Biancospino

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Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!…”

Per me Valentino= Biancospino e subito mi sento immersa in un mare di fiorellini bianchi nel giardino di mia nonna.

Cespugli molto più alti di me bambina con rami che cantano alla brezza dell’annunciata primavera.

Musica di insetti che portano i pollini per creare nuova vita.

Per me Valentino = Biancospino

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Il “Crataegus oxvacantha” per chiamarlo col suo nome scientifico, più noto come: spina santa, pruno aguzzo o ruga bianca, appartiene alla famiglia delle Rosacee ed è un arbusto che cresce un po’ ovunque nei luoghi incolti, sulle scarpate, tra i cespugli, dalle rive dei fiumi fino alle pendici montuose.

I biancospini sono eccellenti alberi da siepe ed ornamentali i cui frutti, o pomi, vengono divorati dagli uccelli e i cui semi vengono poi diffusi con i loro escrementi.
Forse era un’usanza celtica, perché molto diffusa in Francia ed in Inghilterra, dove si riteneva che le barriere di rose selvatiche e di biancospino fossero un accesso segreto per l’altro mondo.

Poiché tuttavia i Celti non hanno lasciato testimonianze scritte, dobbiamo indovinare dalle contemporanee usanze greche e romane l’effettivo valore sacrale della pianta, che era considerata protettrice delle soglie e delle nozze. In caso di contaminazioni si accendevano torce di biancospino per purificare l’aria.

Molto significativa comunque è la leggenda inglese secondo la quale Giuseppe d’Arimatea, il membro del Sinedrio che aveva cercato d’opporsi alla condanna di Gesù e dopo la sua morte ne aveva raccolto il sangue nella famosa coppa, avesse piantato il suo bastone da viaggio a Glastonbury ed immediatamente ne fosse miracolosamente fiorito un biancospino.

Inutile ricordare che il luogo sorgeva in prossimità dell’antica “Avalon”,  il più importante centro di tradizioni medioevali, dove si diceva fosse sepolto Artù. Inspiegabilmente la pianta fioriva alla vigilia di Natale ed il giorno seguente un ramo veniva solennemente offerto in dono al re ed alla regina d’Inghilterra. L’usanza fu benignamente tollerata dalla Chiesa cattolica per più di mille anni.

Il biancospino è l’albero sovrano contro l’inferno ed i suoi accoliti. Le sue spine hanno funzioni protettive contro le negatività. Esso è considerato anche l’albero del maggio e della purezza e verginità. Secondo una leggenda celtica, addormentandosi sotto un biancospino nel primo giorno di maggio si corre il rischio di essere rapiti dalle fate.

Venne assunto ai tempi della rivoluzione francese come “albero della libertà”; tra il 1789 ed il 1792 in Francia ne furono piantati più di 60.000.

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Il Biancospino, noto anche come l’Albero delle Streghe, fa parte di una triade di alberi che si dice siano sacri alle Fate: Quercia, Frassino e Rovo, che, quando crescono insieme naturalmente, creano un luogo in cui è facile vedere le Fate.
Una volta si credeva che il Biancospino fosse il corpo trasformato di una strega che si era mutata nella forma di un albero. In realtà è più probabile che gli spiriti visti nel biancospino non fossero streghe mutaforme, ma Driadi o Fate degli alberi.
L’albero o il cespuglio di biancospino fatato ci ricorda la presenza delle Fate che vivono nelle vicinanze. Il biancospino fatato è sacro ed inviolabile, poiché segna i territori delle Fate, ed il terreno circostante è benedetto dalla sua presenza.
La saggezza popolare ci informa che è pura follia tagliare o danneggiare un biancospino, soprattutto se si tratta di un albero solitario che cresce in uno spazio aperto e segna il confine tra vicini, nei pressi di un pozzo sacro, di un cerchio delle fate o di una casa: abbattere un biancospino porta calamità e disgrazie, in quanto significa disonorare o non rispettare i territori delle Fate che vivono vicino a noi.
Onorando il sacro biancospino, gli abitanti del Mondo di Mezzo acquisiscono la capacità di curare e proteggere la santità di ogni aspetto della vita e, in questo modo, divengono più saggi. I giardini delle Sacerdotesse dell’Antica Religione contenevano almeno un cespuglio di Biancospino.
I Greci si servivano dei rami fioriti per adornare gli altari durante le cerimonie nuziali.

Usi magici del Biancospino:

I romani avevano dedicato questa pianta alla dea Flora che regnava sul mese di Maggio, il mese delle purificazioni e della castità, simboleggiata dal bianco dei fiori, ed era usata per decorare i Pali di Maggio, per accrescere la fertilità ed al medesimo scopo viene ancora oggi usata nei matrimoni, specie in Primavera. 

Utilizzata anche per scacciare il malocchio e la sfortuna, usavano adornare le culle dei neonati con piccoli rami fioriti per proteggerli dagli incantesimi.I pescatori lo portano con sé in un sacchettino di stoffa per assicurarsi un’abbondante pesca.

Indossato, ridona felicità in caso di tristezza o depressione.


Piantato in un vaso o nel giardino di casa, protegge dai fulmini e dagli spiriti malvagi e preserva le case dai danni derivanti dalle tempeste.

Personalità dei nati sotto il segno del Biancospino

Temperamento creativo, mobile, rapido, un po’ infantile. Più che del compagno si innamora dell’amore ma, troppo volubile e curioso per fermarsi a lungo, si lascia sedurre per poi fuggire in cerca di un altro fiore.

Fonti:

https://giardinodellefate.wordpress.com/fate/le-fate-e-la-natura/

http://www.studioemys.it/Pavia.html

*Phil la Marmotta non ha visto la sua ombra : sarà un anno di primavera precoce !

Tutti lo aspettavano e Punxsutawney !

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Phil ha fatto il suo dovere. Niente ombra, niente ritorno alla tana, sarà quindi una primavera precoce.

Phil la marmotta ha fatto il suo pronostico: primavera precoce

Phil ha fatto il suo pronostico su quando finirà l’inverno quando in Pennsylvania erano le 7 del mattino, cioè alle 13 italiane

Come ogni 2 febbraio Punxsutawney è rimasta col fiato sospeso quando Phil la marmotta è uscita dalla propria tana.

La (attuale) marmotta Phil pesa nove chili ed è lunga 55 centimetri.

Questa tradizione che si perpetua ogni anno, a partire dal 1887, vuole che nel secondo giorno di febbraio venga osservato il comportamento della marmotta all’uscita dal suo rifugio.

Se uscendo dalla tana questa non riesce a vedere la sua ombra perché il tempo è nuvoloso, l’inverno finirà presto; nel caso in cui la marmotta riesca a vedere la propria ombra perché è una bella giornata, lo spavento la farà rientrare nella tana e l’inverno continuerà per altre sei settimane.

In piedi campeggiatori, camperisti e campanari! Il due febbraio è l’occasione per festeggiare per  l’ottavo anno il Giorno della marmotta.

La tradizione è stata resa famosa in tutto il mondo grazie al film Ricomincio da capo del 1993, che raccoglie numerosi e devoti cultori compresi il peraltro direttore e la redazione del Post. .

La migliore spiegazione della tradizione rimane quella data dallo stesso Phil Connors, il protagonista del film interpretato da Bill Murray.

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Una volta l’anno tutti gli occhi della nazione si rivolgono verso questo ridente centro della Pennsylvania, in attesa della marmotta prodigio. Sto parlando di Punxsutawney Phil, il più famoso meteorologo del mondo, un vero maestro. Secondo la leggenda sa predire l’arrivo di una primavera precoce. La domanda fondamentale che dobbiamo farci oggi è se Phil fischierà la fortuna. Ogni anno è la stessa pantomima, il sindaco picchia la porta con il suo bastone, tirano fuori il grosso topo, parlano con lui e il topone risponde. [Il sindaco annuncia che Phil la marmotta ha visto la sua ombra e quindi l’inverno sarà ancora lungo] Questo è un momento in cui la televisione non riesce a catturare l’acuta emozione di un grosso scoiattolo che prevede il tempo. Sono felicissimo di esserne testimone. Da Punxsutawney vi saluta Phil Connors, ciao ciao.

Il Giorno della marmotta divenne una tradizione negli Stati Uniti grazie ai popoli di lingua germanica emigrati in Pennsylvania a partire dai primi anni dell’Ottocento. Giunti in America, questi popoli mantennero buona parte delle loro tradizioni legate alla meteorognostica, parola complicata per indicare i sistemi di previsione non scientifici del tempo basati su segni e particolari eventi naturali. In Europa la tradizione voleva che si usassero i tassi o gli orsi, mentre in Pennsylvania si affermò la tradizione più pratica legata all’osservazione del comportamento di una marmotta.

La festa è ispirata da una antica canzone popolare scozzese

Se alla festa della luce il cielo è limpido ci saranno due inverni nell’anno.”

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Il Giorno della marmotta ha sostanzialmente in comune le proprie radici con la festa dalla Candelora per i cattolici, che si celebra il 2 febbraio e che prevede la benedizione delle candele.

Diversi detti popolari, proverbi e filastrocche sono legati alla Candelora, festività che cade nel bel mezzo dell’inverno quando le giornate iniziano ad allungarsi e fa meno freddo (di solito).

Quanno viè la Candelora
da l’inverno sémo fóra,
ma se piove o tira vènto,
ne l’inverno semo drénto.

http://www.ilpost.it/2016/02/02/giorno-marmotta-4/

http://www.ecoblog.it/post/161843/giorno-della-marmotta-2016

* 1 Febbraio : Imbolc la festa della Luce Crescente

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La festa della luce crescente.
Con Imbolc si festeggia il ritorno
della Luce  della fertilità
della Dea 

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L’energia di Imbolcgrazia, purezza, luce e rinascita.

La luce che è nata al Solstizio di Inverno comincia a manifestarsi all’inizio del mese di febbraio, le giornate si allungano poco alla volta e anche se la stagione invernale continua a mantenere la sua gelida morsa, ci accorgiamo che qualcosa sta cambiando.
Le genti antiche erano molto più attente di noi ai mutamenti stagionali, anche per motivi di sopravvivenza, e questo era il più difficile periodo dell’anno poiché le riserve alimentari accumulate per l’inverno cominciavano a scarseggiare.

Pertanto, i segni che annunciavano il ritorno della primavera erano accolti con uno stato d’animo che oggi, al riparo delle nostre case riscaldate e ben fornite, facciamo fatica ad immaginare.
Se sovrapponiamo la Ruota dell’Anno al nostro moderno calendario, la prima festa che incontriamo cade l’1 febbraio.

Presso i Celti l’1 febbraio era Imbolc(pronuncia Immol’c) detta anche Oimelc o Imbolg. L’etimologia della parola è controversa ma i significati rinviano tutti al senso profondo di questa festa, infatti Imbolc pare derivare da Imb-folc, cioè “grande pioggia”, e in molte località dei paesi celtici questa data è chiamata anche “Festa della Pioggia”: ciò può riferirsi ai mutamenti climatici della stagione, ma anche all’idea di una lustrazione che purifica dalle impurità invernali. Oimelc invece significa “lattazione delle pecore”, mentre Imbolg vorrebbe dire “nel sacco”, inteso nel senso di “nel grembo”, con riferimento simbolico al risveglio della Natura nel grembo della Madre Terra e con un riferimento più materiale agli agnelli, nuova fonte di cibo e di ricchezza, che la previdenza della Natura e degli allevatori avrebbe fatto nascere all’inizio della buona stagione. L’allattamento degli agnelli garantiva un rifornimento provvidenziale di proteine. Il nuovo latte, il burro, il formaggio costituivano spesso la differenza tra la vita e la morte per bambini ed anziani nei freddi giorni di febbraio.

La pianta sacra di Imbolc è il bucaneve, che è il primo fiore dell’anno a sbocciare e il suo colore bianco ricorda allo stesso tempo la purezza della Giovane Dea e il latte che nutre gli agnelli.
Imbolc è una delle quattro feste celtiche maggiori, dette “feste del fuoco” perché l’accensione rituale di fuochi e falò ne costituiscono una caratteristica essenziale. In questa ricorrenza il fuoco è però considerato sotto il suo aspetto di luce, questo è infatti il periodo della luce crescente.

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Gli antichi Celti, consapevoli dei sottili mutamenti di stagione come tutte le genti del passato, celebravano in maniera adeguata questo tempo di risveglio della Natura, non vi erano grandi celebrazioni tribali in questo buio e freddo periodo dell’anno, tuttavia le donne dei villaggi si radunavano per celebrare insieme la Dea della Luce (le celebrazioni iniziavano la vigilia, perché per i Celti ogni giorno iniziava all’imbrunire del giorno precedente).
Nell’Europa celtica era onorata 
Brigit (conosciuta anche come Brighid o Brigantia), Dea del Fuoco, infatti era la patrona dei fabbri, dei poeti e dei guaritori. Il suo nome deriva dalla radice “breo” (fuoco): il fuoco della fucina si univa a quello dell’ispirazione artistica e dell’energia guaritrice.

Brigit, figlia del Grande Dio Dagda e controparte celtica di Athena-Minerva, è la conservatrice della tradizione, perché per gli antichi Celti la poesia era un’arte sacra che trascendeva la semplice composizione di versi e diventava magia, rito, personificazione della memoria ancestrale delle popolazioni.

La capacità di lavorare i metalli era ritenuta anch’essa una professione magica, e le figure di fabbri semidivini si stagliano nelle mitologie non solo europee ma anche extra-europee; l’alchimia medievale fu l’ultima espressione tradizionale di questa concezione sacra della metallurgia.
Sotto l’egida di Brigit erano anche i misteri druidici della guarigione, e di questo sono testimonianza le numerose “sorgenti di Brigit”. Diffuse un po’ ovunque nelle Isole Britanniche, alcune di esse hanno preservato fino ad oggi numerose tradizioni circa le loro qualità guaritrici. Ancora oggi, ai rami degli alberi che sorgono nelle loro vicinanze, i contadini appendono strisce di stoffa o nastri ad indicare le malattie da cui vogliono essere guariti.
Sacri a Brigit erano la ruota del filatoio, la coppa e lo specchio. Lo specchio è strumento di divinazione e simboleggia l’immagine dell’Altro Mondo cui hanno accesso eroi ed iniziati, la ruota del filatoio è il centro ruotante del Cosmo, il volgere della Ruota dell’Anno ed anche la ruota che fila i fili delle nostre vite. La coppa, infine, è il grembo della Dea da cui tutte le cose nascono.
Cristianizzata come Santa Bridget o Bride, come viene chiamata familiarmente in gaelico, essa venne ritenuta la miracolosa levatrice o madre adottiva di Gesù Cristo, e la sua festa si celebra appunto l’1 febbraio, giorno di Santa Bridget o Là Fhéile Brfd. Riguardo questa santa, di cui è tanto dubbia l’esistenza storica quanto certa la sua derivazione pagana, si diceva che avesse il potere di moltiplicare cibi e bevande per nutrire i poveri, potendo trasformare in birra perfino l’acqua in cui si lavava.

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A Santa Bridget fu consacrato il monastero irlandese di Kildare, dove un fuoco in suo onore era mantenuto perpetuamente acceso da diciannove monache. Ogni suora a turno vegliava sul fuoco per un’intera giornata di un ciclo di venti giorni; quando giungeva il turno della diciannovesima suora ella doveva pronunciare la formula rituale: “Bridget, proteggi il tuo fuoco. Questa è la tua notte”. Il ventesimo giorno si diceva fosse la stessa Bridget a tenere miracolosamente acceso il fuoco. Il numero diciannove richiama il ciclo lunare metonico, che si ripete identico ogni diciannove anni solari.
Inutile ricordare come questa usanza ricordasse il collegio delle Vestali che tenevano sempre acceso il sacro fuoco di vesta nell’antica Roma, ma più probabilmente la devozione delle suore di Kildare si ricollega alle Galliceniae, una leggendaria sorellanza di druidesse che sorvegliavano gelosamente il loro recinto sacro dall’intrusione degli uomini, e i cui riti furono mantenuti attraverso molte generazioni. Allo stesso modo, nel monastero di Kildare solo alle donne era concesso di entrare nel recinto dove bruciava il fuoco, che veniva tenuto acceso con mantici, come ricorda Geraldo di Cambria nel dodicesimo secolo: il fuoco bruciò ininterrottamente dal tempo della leggendaria fondazione del santuario fino al regno di Enrico VIII, quando la Riforma protestante pose fine a questa devozione più pagana che cattolica.
I riti di Brigit celebrati ad Imbolc ci sono stati tramandati dal folklore scozzese e irlandese.
In Irlanda si preparano con giunchi e rametti le cosiddette croci di Brigit, a quattro bracci uguali racchiusi in un cerchio, cioè la figura della ruota solare (che è simbolo appropriato per una divinità del fuoco e della luce); lo stesso giorno vengono bruciate le croci preparate l’anno prima e conservate fino ad allora.

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La fabbricazione delle croci di Brigit deriva forse da un’antica usanza precristiana collegata alla preparazione dei semi di grano per la semina. Questi oggetti simbolici, confezionati con materiale vegetale, ci ricordano tra l’altro che la luce ed il calore sono indispensabili alla vegetazione che si rinnova in continuazione, anno dopo anno.
Le spighe di avena (o grano, orzo) usate per fabbricare le bambole di Brigit, provengono dall’ultimo covone del raccolto dell’anno precedente. Questo ultimo covone, in molte tradizioni europee è chiamato la Madre del Grano (o dell’Orzo, dell’Avena) e la bambola propiziatoria confezionata con le sue spighe è la Fanciulla del Grano (o dell’Orzo, dell’Avena), si credeva cioè che lo spirito del cereale o la stessa Dea del Grano risiedesse nell’ultimo covone mietuto: come le spighe del vecchio raccolto sono il seme di quello successivo, così la vecchia divinità dell’autunno e dell’inverno si trasformava nella giovane Dea della primavera, in quella infinita catena di immortalità che è il ciclo di nascita, morte e rinascita. E Brigit rappresenta appunto la giovane Dea della primavera.

Un antico codice irlandese, il Libro di Lisrnore, riporta una curiosa leggenda. Si narra che a Roma i ragazzi usavano giocare ad un gioco da tavolo in cui una vecchia megera liberava un 
drago, mentre dall’altra parte una giovane fanciulla lasciava libero un agnello che sconfiggeva il drago. La megera allora scagliava un leone contro la fanciulla, la quale però provocava a sua volta una grandine che abbatteva il leone. Papa Bonifacio, dopo aver interrogato i ragazzi ed aver saputo che il gioco era stato insegnato loro dalla Sibilla, lo proibì.
La megera non è altro che la Vecchia Dea dell’Inverno sconfitta dalla Giovane Dea della Primavera. Essendo questa leggenda stata raccolta in un ambito culturale celtico, si può supporre che la Vecchia altri non era che la Cailleach a cui si contrappone Brigit. Il riferimento all’agnello è un altro simbolo del periodo di Imbolc, anche se i commentatori medievali lo considerarono l’emblema di Gesù Cristo.
In realtà, è la Vecchia Dea che si rinnova trasformandosi in Giovane Dea, così come il Vecchio Grano diviene il nuovo raccolto.


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Carmina Gadelica, una raccolta di miti, proverbi e poemi gaelici di Scozia, raccolti e trascritti alla fine dell’800 dal folklorista scozzese Alexander Carmichael, riportano la seguente filastrocca:

La mattina del Giorno di Bride
Il serpente uscirà fuori dalla tana
Non molesterò il serpente
Né il serpente molesterà me”

Il serpenteappare come uno degli animali totem di Brigit.

In molte culture il serpente o drago è simbolo dello spirito della terra e delle forze naturali di crescita, decadimento e rinnovamento. Nel giorno di Bride il serpente si risveglia dal suo sonno invernale e i contadini ne traevano il presagio della fine imminente della cattiva stagione.
Il serpente è uno dei molti aspetti dell’antica Dea della terra: la muta della sua pelle simboleggia il rinnovamento della Natura ed anche la sua dualità, infatti in gaelico “neamh” (cielo) è simile a “naimh” (veleno), provenendo entrambi dalla radice “nem”. Quindi la Vecchia Dea e la Giovane Dea sono la stessa persona.
In un’altra area culturale europea, nell’antica Roma, i primi giorni di febbraio erano sacri alla
dea Februa o a Giunone Februata. “Februare” in latino significa purificare, quindi febbraio è il mese delle purificazioni (anche la febbre è un modo di purificarsi usato dal nostro corpo).
Processioni in onore di Februa percorrevano la città con fiaccole accese, simbolo di luce e, allo stesso tempo, di purificazione.

Col nome di 
Candelora o Candlemas (nei paesi anglosassoni) è nota la festa cristiana del 2 febbraio, denominata “Presentazione del Signore al Tempio”, ma è evidente che la nuova religione non ha potuto modificare il significato autentico della festa, un significato che è profondamente incarnato nella Natura e nello spirito umano. Il legame della festa con le candele, la purificazione e l’infanzia, sopravvisse nell’usanza medievale di condurre le donne in chiesa dopo il parto a portare candele accese.
L’idea di una purificazione rituale in questo periodo è rimasta forte nel folklore europeo, ad esempio le decorazioni vegetali natalizie vengono messe da parte e bruciate alla Candelora per evitare che i Folletti in esse si sono nascosti infestino le case.
Il concetto di purificazione è presupposto di una nuova vita, si eliminano le impurità del passato per far posto alle cose nuove.

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Alcuni gruppi neopagani europei festeggiano Imbolc accendendo candele che sporgono da una bacinella di acqua. Il significato è quello della luce della nuova vita che emerge dalle acque del grembo materno, le acque lustrali di Imbolc che lavano via le scorie invernali.

https://it.wikipedia.org/wiki/Imbolc
https://giardinodellefate.wordpress.com/mondo-celtico/gli-8-sabbat/

* Incontri ravvicinati con i fiocchi di neve

 

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*

Neve bella,
fatta a stella,
bianca neve,
lieve lieve
vienmi in mano,
piano piano
Sei per poco
dolce gioco,
dolce gioco
in mille fiocchi
che mi frullan
sotto gli occhi.

(Ada Negri)

Ma com’è la neve vista molto da vicino?

Sappiamo che non ci sono due fiocchi di neve identici, ma guardando da vicino si scopre una infinita varietà di forme e dimensioni.

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Ecco una raccolta di questi primi piani ravvicinati, ottenuti da Alexey Kljatov, artista e fotografo di Mosca, Russia.

La serie, chiamata “Snowflakes and snow crystals“, è creata con una fotocamera Canon A650 insieme ad alcune aggiunte personalizzate, come un Helios 44M-5 proveniente da una vecchia camera russa chiamata Zenit.

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Le immagini mostrano i fiocchi poggiati su lana scura, in colore naturale.

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Ma questi sono soltanto alcuni esempi del suo originale lavoro.

Per vedere altre immagini seguite il link sotto:

http://chaoticmind75.blogspot.ru/2013/08/my-technique-for-snowflakes-shooting.html

* L’autore di “Desiderata” si reincarna ogni secolo, ed in ogni secolo lascia il suo messaggio…

Questo testo viene quasi sempre presentato come “Manoscritto del 1692 trovato a Baltimora nell’antica chiesa di San Paolo”.

Invece nel 1959 il reverendo Frederick Kates rettore della chiesa di St. Paul, a Baltimore, Maryland, incluse questo pensiero in una raccolta di materiale devozionale. In cima alla raccolta, c’era l’annotazione “Old St. Paul’s Church, Baltimore, A.C. 1692”, che è l’anno di fondazione della chiesa… da qui l’equivoco.

In realtà, l’autore di questi versi è Max Ehrmann, un poeta di Terre Haute, Indiana, vissuto dal 1872 al 1945, e scrisse Desiderata intorno al 1927.

Narra la leggenda che ci sono nel mondo nove “Desiderata”.

Al momento ne sono state ritrovate tre: la prima (la più antica) scritta in sanscrito ritrovata in India, la seconda ritrovata nella vecchia chiesa di Saint Paul a Baltimora nel 1962, la terza ritrovata in Bretagna nel 1998, sull’isola di Groix, in una casupola in pietra di pescatori a picco su un promontorio chiamato “Trou de L’enfer”.

L’autore di “Desiderata” si reincarna ogni secolo,

ed in ogni secolo lascia il suo messaggio…