* Il 2015 è l’anno della Pecora di legno

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Io sono la figlia prediletta della Natura.

Io confido e sono ricompensata dalla fiducia.

La fortuna sorride sul mio volto.

Tutte le cose fioriscono

nella gentilezza del mio amore.

Io mi sforzo di trovare la bellezza in

tutto ciò che vedo.

Io sono bella di viso

E piena di grazia.

Io sono la Pecora

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Il 19 febbraio 2015 inizia l’anno Lunare e secondo l’astrologia cinese,

questo è l’anno della Pecora o Capra del Legno.

Si esce dall’anno del Cavallo di Legno, un anno ricco di alti e bassi, cambiamenti e rivolte sociali, per entrare nell’anno della Capra o della Pecora.

L’inizio anno è il 19 febbraio del 2015 il suo termine l’8 febbraio 2016, data d’inizio dell’anno della Scimmia di Fuoco.

Il 2015 è un anno che metterà in atto tutte le migliori qualità del segno della Pecora del Legno.

In genere i cinesi non fanno molta distinzione tra capra o pecora per cui spesso si usa chiamare l’ottavo segno dello zodiaco cinese anche Pecora.

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La Pecora (YANG) è un simbolo di pace, di serenità e coesistenza armoniosa, ma anche della pietà filiale.

Nonostante simboleggi per omofonia lo YANG, è l’anno dedicato alla famiglia, all’armonia, alle Arti e alle attività creative.

Riguarda i momenti “passivi” e il nutrimento ad ogni livello, anche spirituale.

L’anno della Pecora aiuta il processo di guarigione da eventi passati e asseconda coloro che credono nella pace, nella fiducia e nel buon senso che accompagnano la vita.

Tendenzialmente YIN la sua energia si manifesta verso l’introspezione e ipersensibilità che in alcuni casi può portare ad una ipercriticità rivolta a se stessi.

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La Pecora è l’ottavo animale nello zodiaco cinese: il suo elemento è la terra, calda, estiva. Il mese della Pecora è luglio.

La Pecora è uno degli animali favoriti nella tradizione cinese e considerati di buon auspicio perchè il modo in cui si scrive la parola “pecora” è contenuto anche nella parola “fortuna”, e persino la pronuncia dei due termini è simile, oltre ad essere quasi identica al modo in cui si pronuncia la parola “yang” (complementare dello yin), l’energia di movimento che permea l’universo.

I cinque tipi di Pecora

Pecora del Metallo: 1871, 1931, 1991, 2051

Pecora dell’Acqua: 1883, 1943, 2003, 2063

Pecora del Legno: 1895, 1955, 2015, 2075

Pecora del Fuoco: 1097, 1967, 2027, 2087

Gli attributi della Pecora del Legno saranno fondamentali per determinare lo “stato d’animo” di quest’anno.

Sarà un periodo dove si tenterà di ricucire gli strappi dovuti all’irruenza del Cavallo, un periodo in cui si attueranno incontri di pacificazione per trovare soluzioni ai conflitti che ci affliggono e per mantenere una pace più duratura.

Un anno dove il buon senso prevarrà sulla forza bruta.

Anche nell’ambito familiare si metteranno da parte i rancori, si prenderà il tempo per ricomporre ciò che incomprensioni, rabbia e aggressività hanno frantumato.

La calma della Pecora non farà sparire magicamente i dubbi, la rabbia o la violenza, ma li ricoprirà con un velo di pace, armonia e saggezza. Nasconderà tutto ciò che potrà disturbare l’armonia per concederci il tempo di guarire.

Caratteristiche del segno della Pecora 

Le persone del segno Pecora del Legno hanno una creatività cosi grande da dividerla anche con gli altri. Sono persone molto altruiste, in grado di dare senza chiedere nulla in cambio, caratteristica che li rende particolarmente affascinanti agli occhi un probabile partner. Nella vita di coppia, si dimostrano sempre molto tradizionalisti, amano costruire un rapporto su solide fondamenta e hanno bisogno di onestà e lealtà.

Coloro che sono nati nell’anno della pecora sono dotati di una notevole creatività che deve però essere opportunamente indirizzata da chi li circonda.

Solo in questo modo riusciranno a eccellere nella loro professione ottenendo soddisfazioni personali e sotto il profilo economico. Data la sua propensione artistica potrebbero lavorare nel campo della pubblicità, della moda o del giornalismo.
L’innato senso artistico è accompagnato da una grande generosità verso il prossimo : i nati della pecora amano dare senza pretendere riconoscenza.

In amore la sincerità governa il rapporto con il partner che, proprio per questo motivo, è quasi sempre di lunga durata.

La pecora non ha quindi particolari interessi per il flirt occasionale.

Chi nasce sotto il segno della pecora è un gran sognatore, altruista e molto sentimentale.

La pecora è bisognosa d’affetto, coccole e attenzioni e se ne sente la mancanza non esiterà a fare di tutto per attirare l’attenzione su di sé

E’ una persona tranquilla che non ama le responsabilità e gli impegni, le piacciono le cose belle e sarà disposta a fare i peggiori capricci per ottenerle.
A volte agisce usando troppa leggerezza e ottimismo, specialmente per quel che riguarda denaro e salute. E’ un po’ superficiale quindi ha sempre bisogno di qualcuno di solido che la tolga dai guai in cui spesso riesce a mettersi.

Odia le abitudini, le regole e i rimproveri ed è nota per la sua totale mancanza di puntualità.

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Cosa riserva l’anno della PECORA al mondo?

È considerato un anno tranquillo, nel quale è possibile rilassarsi, grazie alla comprensione e al dialogo è possibile superare le tensioni anche a livello internazionale, si dice che sotto l’egida della Pecora abbiano termine i conflitti.

Patrona delle arti, la Pecora farà brillare la creatività,l’invenzione e l’espansione delle attività artistiche ed estetiche.

L’amore per l’Armonia e la coesistenza, tipico della pecora, risparmierà a quest’anno molte difficoltà.

I moderati e le colombe riusciranno a farsi ascoltare..

Molto spesso l’anno della Pecora segna la fine delle guerre, conflitti internazionali e animosità reciproche.

E’ l’anno della INTROSPEZIONE.

 

Fonti:

http://www.arcobaleno.net/oroscopi/2015-cinese

http://lalunanellago.blogspot.it/2015/01/lanno-della-capra-di-legno.html

http://www.greenme.it/spazi-verdi/feng-shui/2150-2015,-l-anno-della-capra-di-legno

Theodora Lau ” Astrologia Cinese” Edizioni Mediterranee

* Donne nello Spazio

Oggi cade il 50° anniversario da quando, nel lontano 1963, il cosmonauta sovietico Valentina Tereshkova – solo due anni dopo Yuri Gagarin – ha effettuato il giro della Terra 48 volte durante i 3 giorni di permanenza a bordo della navicella Vostok 6.

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La Tereshkova è la prima donna che ha partecipato ad una missione spaziale. Vi ha condotto esperimenti scientifici per conoscere gli effetti dell’assenza di gravità sul corpo umano, ha scattato numerose fotografie, e ha pilotato manualmente la navicella. 

La Vostok-6 faceva parte di una missione spaziale congiunta con Vostok-5, una navicella decollata appena due giorni prima con a bordo il cosmonauta sovietico Valery Bykovsky. Vostok-5 e Vostok-6 volarono ad un raggio di 5 chilometri (3 miglia) e comunicavano via radio.

Valentina Tereshkova era un’operaia tessile e superò la selezione – lasciando a terra le altre 4 contendenti, selezionate su un campione di 400 volontarie – soprattutto perché era un’abile paracadutista. All’epoca, infatti, le navicelle spaziali non erano molto sicure in fase di atterraggio. La Vostok non consentiva, al contrario della Soyuz attuale, di arrivare a bordo e quindi il cosmonauta doveva lanciarsi col paracadute a un’altezza di 7 chilometri. A quella quota l’intero seggiolino con il cosmonauta veniva sparato fuori e poi iniziava la discesa.

Lei, nei giorni scorsi, ha detto che vorrebbe tanto andare a morire su Marte, come egualmente ha affermato Buzz Aldrin, l’astronauta americano che ha posato il piede sulla Luna per secondo. Insomma non c’è più l’Unione Sovietica e il comunismo, forse non c’è più neppure il capitalismo, come lo si conosceva ai tempi della Guerra fredda, ma in tutti i popoli sopravvive, fin dai tempi di Ulisse, la voglia di viaggiare e di conoscere.

Sally Ride Communicating with Ground Control

Senza l’avventura temeraria di Valentina oggi le donne sarebbero un po’ più indietro. Per questo, giustamente, Karen Nyberg ha registrato, dalla Stazione internazionale Iss, un filmato di poco più di un minuto, un breve e sentito tributo alla sua illustre collega che sfidò lo spazio e il destino 50 anni fa.

Oggi, solo 57 delle 534 persone che hanno volato nello spazio sono donne. Ci sono voluti 20 anni per vedere la seconda donna coinvolta in una missione spaziale: si tratta di Sally Ride, la prima donna americana nello spazio, e da quel momento più di 40 donne hanno volato in orbita come astronauti della NASA (attualmente sono 12 le donne in forze alla NASA).

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Sopra le nostre teste, fra i 355 e i 400 chilometri dal suolo, in questo momento orbitano due stazioni spaziali: una cinese, Tiangong 1, e una Internazionale, la Iss.

All’interno, per i prossimi dieci giorni, due astronaute: la cinese Wang Yaping con i suoi due compagni di volo nella TIangong e nell’altra l’americana Karen Nyberg con i suoi 5 compagni, fra cui l’italiano Luca Parmitano.

Fonte:www.universetoday.com/102956/cosmonaut-valentina-tereshkova-1st-woman-in-space-50-years-ago-ready-for-mars/#more-102956.

* Natura morta con cachi di stagione

Mia nonna era una pittrice.

Dipingeva grandi arazzi con temi bucolici e sofisticate miniature su pergamena.

Mi è cara una piccola natura morta ad olio con frutta di un acceso e vibrante arancione.

Ho sempre pensato che fossero arance…

Ma, smontando la cornice per rinnovarla, in un angolo nascosto ho trovato il titolo:

” natura morta con cachi di stagione”

 

Il cachi è noto in botanica con il nome Diospyros kaki: deriva dal greco ed è costituito da due parole “Diòs” (riferito al dio Giove) e “pyròs” (frumento). Quindi, il cachi viene definito il frumento di Giove, “cibo degli dei”, per merito del suo sapore dolcissimo e unico ed originale.“kaki” fa riferimento, invece, al colore aranciato del frutto.

Il Diospyros kaki è un albero molto comune in Cina e Giappone dove è coltivato fin dalla antichità, con il nome “ Mela d’Oriente” e Loto del Giappone”. Sarà solo nel 1796 che il direttore, inglese, del Giardino Botanico di Calcutta ne porterà alcuni esemplari in Inghilterra.
Si ha notizia che un cachi fu piantato, nel 1870, nel Giardino Botanico di Boboli a Firenze. Qualche anno più tardi (1879) ne furono piantati diversi nell’Orto Botanico di Villa Giulia a Palermo, dove ancora oggi sopravvivono.

Il nome cachi (kaki) è l’equivalente del suono in lingua giapponese con il quale si designa l’albero ed il frutto; con tale nome pervenne in Inghilterra e così si diffuse.

Nel linguaggio dei fiori quello del cachi simboleggia l’eloquenza.

Un particolare significato è stato attribuito alla pianta di cachi recentemente: al bombardamento atomico di Nagasaki il 9 agosto 1945 è miracolosamente sopravvissuto una piccolo alberello di cachi. Nel 1994 uno fitopatologo giapponese è riuscito a far nascere da quell’alberello alcune piante di seconda generazione ed il Museo del bombardamento atomico ha cominciato a distribuirle ai bambini in visita come segno di pace, di speranza e di rinascita.

Nel 1995 durante la preparazione di una mostra a Nagasaki l’artista Miyajima Tatsuo venne a conoscenza dell’ albero di kaki sopravvissuto al bombardamento atomico e del fatto che il biologo Ebinuma Masayuki che se ne prendeva cura era riuscito a far crescere dai semi di quell’albero delle nuove piantine che Ebinuma donava ai bambini in visita a Nagasaki come simbolo di pace.  

Miyajima e Ebinuma hanno creato insieme un progetto per piantare in giro per il mondo nuove piantine di kaki ricavate da quell’unico esemplare sopravvissuto alla catastrofe.

Ecco il loro progetto: Revive Time Kaki Tree Project

Nel periodo invernale sulle bancarelle dei mercati giapponesi fanno la loro comparsa gli hoshi-gaki, i cachi secchi. Ne esistono di varie qualità, i più ricercati sono prodotti artigianalmente e addirittura “massaggiati” a mano prima di essere compressi tra tavolette di legno.

Il frutto del cachi ha profondi significati simbolici in Giappone, tanto è vero che è protagonista delle offerte religiose legate alla celebrazione del Capodanno: in ogni casa viene predisposto un piccolo altare su cui si impilano cibi rituali come tortini di riso, arance amare, alghe kombu e cachi secchi.

Haiku:

Te ni nosete

kaki no sugata

no horebore akaku.

Sul palmo della mano

rosseggia, rutilante nella sua pienezza,

un cachi.

Santōka

(1882-1940)

( L’ haiku (俳句) è un componimento poetico nato in Giappone composto da tre versi per complessive diciassette sillabe)

Fonti:

http://www.rossellamarangoni.it

http://tusciaintavola.tusciamedia.com


* Se ti piace l’ albicocca

Quest’anno il mio albero di albicocche è così

L’albicocca è uno dei miei frutti preferiti,e, colta direttamente dall’albero, ha un profumo inebriante che fa venire subito l’acquolina in bocca. Ma questi frutti maturano tutti insieme appassionatamente, così…ho dovuto fare  parecchi chili di marmellata!

Sull’etimologia della parola “albicocca” esiste qualche perplessità. La maggioranza degli studiosi concorda sul fatto che la parola di riferimento sia araba (al-barquq=susina) e quindi al latino “praecox”, come suggerito da Plinio il Vecchio che ne sottolineava la maturazione precoce rispetto alla pesca.

In numerosi dialetti italici, infatti, si indica ancora la pesca con il nome di “percoca”.

Il nome scientifico Prunus armeniaca, trae in inganno: infatti le albicocche non sono originarie dell’Armenia ma della Cina dove erano note già 2000 anni prima di Cristo.
L’introduzione delle al
bicocche nel mondo greco-romano è senza dubbio avvenuta a seguito delle campagne di Alessandro Magno.
Columella, nel “De re rustica” (Il secolo d.C.) parla di una varietà precoce “arbor precox” da cui deriva appunto il nome albicocco.
Poi furono i romani, cento anni prima della nascita di Cristo, a portare le piante di albicocche in Italia da quella che era stata la Magna Grecia oltre che dalla lontana Armenia (“Prunus armeniaca”); e infatti il segno e la “radice” di quella regione d’origine rimangono nel dialetto romagnolo (“maniaga”) e in quello toscano (“armellino”).

Secondo una leggenda, l’albicocco era considerato inizialmente una pianta ornamentale dalla folta chioma, dal fogliame verde e dai fiori bianchi. Quando l’Armenia fu invasa da un esercito nemico, si dovettero abbattere gli alberi improduttivi per il legname. Una fanciulla, essendo molto affezionata ad un albicocco, trascorse la notte precedente alla guerra piangendovi vicino. Il mattino seguente si risvegliò e vide che sull’albero erano cresciuti frutti dorati, le albicocche.

Nella valle degli Hunza, regno nascosto dell’Himalaya, protetto da gigantesche muraglie che graffiano il cielo sfiorando gli 8000 metri, sorprende la coltivazione dell’albicocca, frutto dalle virtù quasi “magiche” che ha permesso a questo popolo di sopportare gli stenti e le privazioni di una vita difficile, segnata da lunghi inverni.

E proprio durante le “primavere di fame” quando erano ormai esaurite le scorte di cibo, che le albicocche, abilmente seccate durante l’estate precedente, fornivano sostentamento alle popolazioni delle montagne.

Tra fine giugno e luglio ogni pietra, ogni tetto (rispettando la tradizione tibetana, le coperture delle case sono una sorta di terrazzo “vivibile”) si tinge di mille sfumature di arancio vivo, trasformando il paesaggio in un irreale quadro naïf.

Ovunque, i frutti dell’albicocco, aperti e privati del seme legnoso (la cui mandorla verrà anch’essa seccata e messa da parte per essere consumata come “snack” pregiato) seccano lentamente al sole, mutando dal colore vivo e brillante di quelli freschi alle sfumature ocra e ruggine della frutta ormai pronta per essere immagazzinata nelle dispense.

Il panorama, in quella stretta fascia viva tra l’immobilità delle montagne in alto e la furia del fiume in basso, diventa uno straordinario patchwork di arancioni e verdi declinati in sfumature che nessun pittore può immaginare.”

http://www.focusitalia.com

Eleanor Hardwick

Lalbicocca stimola la produzione di emoglobina, la proteina che trasporta il ferro e da’ colore al sangue, un frutto anti-anemia per eccellenza. I medici arabi la usavano per curare il mal d’orecchi, i disturbi della gola e l’afonia.  La mandorla contenuta nel nocciolo, oleaginosa, è commestibile solo quando è dolce; di solito è invece amara: contiene, in tal caso, una sostanza che genera acido cianidrico, un potente veleno. 

Il succo fresco dell’albicocca è un eccellente tonico per la pelle del viso. 

Il colore albicocca è particolare: un po’ di rosso vermiglione, una punta di giallo e di bianco. E’ il colore dell’immortalità e della giovinezza eterna. E’ stimolante, dolce e rigeneratore.

Le albicocche sono paragonate, per forma e colore, alle guance femminili

Nel linguaggio dei fiori significa: “Il mio amore non è ricambiato”

La tradizione popolare di alcune località inglesi vuole che sognare albicocche porti fortuna.

E Dulcis in fundo…

La marmellata di albicocche, è uno degli ingredienti principali della torta Sacher.



Fonti. www.alimentipedia.it * http://web.dsc.unibo.it *http://it.wikipedia.org *http://www.bussolaverde.it