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Sebben che siamo donne: Cleopatra ben oltre la leggenda

Celebrata dall’arte e dal cinema, chiacchierata dai benpensanti per 2000 anni, Cleopatra era molto diversa da come la Storia ce l’ha dipinta.



Non era egizia. Ma macedone, come tutta la sua famiglia. Discendeva infatti da uno dei diadochi, i generali di Alessandro Magno che alla morte del condottiero si erano spartiti il suo regno. Era nata nel 69 a.C. da una concubina del faraone Tolomeo XII, e apparteneva quindi alla dinastia dei Tolomei.

Da piccola Cleopatra studiò nella Biblioteca e nel Museo di Alessandria e sappiamo che il suo tutore fu Filostrato, che la iniziò alla Filosofia, e alla retorica e all’oratoria; la sua educazione fu molto vasta e coprì anche i campi della medicina,della fisica e della farmacologia.

Sappiamo inoltre che Cleopatra, da regina, era in grado di parlare, nonché probabilmente leggere e scrivere, nelle lingue di «Etiopi,Trogloditi,Ebrei,Arabi,Siri,Medi,Parti. e molti altri», come ci dice Plutarco. Tra questi altri idiomi c’erano sicuramente il greco antico,l’egizio, ed il latino e probabilmente altre lingue nord-africane.

Cleopatra era una persona molto curiosa e colta: cresciuta a tragedie e commedie greche, conosceva le basi dell’astronomia e della geometria. Era abilissima nella retorica.

Aveva voluto studiare alla perfezione l’Egizio, in controtendenza rispetto alla sua famiglia. Così poté presentarsi ai sudditi come rappresentazione in terra della dea Iside.

Fu l’ultima sovrana dell’età ellenistica e forse l’unica della famiglia dotata di vere capacità politiche, tanto che salì al potere a 18 anni e vi rimase per circa un ventennio.

Plutarco, lo storico greco che ne traccia il ritratto più fedele, non ne descrive tanto la bellezza, quanto l’intelligenza e la simpatia.
Dal padre aveva preso il naso aquilino, e anche l’acconciatura con cui viene ritratta nelle monete non era bellissima.
Inoltre era solita vestire da uomo, in segno di potere (nella tradizione delle donne faraone).

Agli occhi dei poeti Cleopatra appare bellissima.

Racconta Lucio Apuleio che indossi solitamente una conturbante tunica di lino, simile a quelle delle sacerdotesse egizie; aveva anche vesti elaborate, nei colori tradizionali di Roma, il rosso e il giallo, ma molto discinte rispetto alle vesti romane.

Alla Corte risiedono anche mimi e attori, tra i quali Publilio Siro, e lo scultore greco, Arcesilao, che fuse in auricalco una statua della regina nelle vesti di Iside.

Cleopatra, che si annoia a sentire Sallustio declamare il Bellum Iughurtinum, si diverte molto quando Orazio racconta le avventure amorose delle sue eroine.

Sembra che Cleopatra stessa si sia cimentata nella composizione di un’opera letteraria, andata perduta, sulla cosmesi femminile simile ai Medicamina faciei di Ovidio.

Cleopatra, oltre che Regina, rappresentava il fiore dell’Egitto che era anche il fiore della conoscenza che lei regalò, col Sole e le stelle, assieme a se stessa, a Cesare.

I romani a quei tempi, rispetto all’Egitto, erano culturalmente dei barbari primitivi.

Essi misuravano il tempo e gli anni con la Luna anzichè con il Sole, usando le famose calende, gli idi e le none a cui si riferivano per definire i giorni. L’anno lunare è altamente impreciso e si sfasava continuamente dalle stagioni che sono determinate dal Sole e non dalla Luna, per cui gli anni romani erano una continua altalena nell’aggiungere o togliere mesi interi per cercare di stare al passo con le stagioni.

Giulio Cesare capì al volo l’importanza del riferirsi al Sole nella misura del tempo ed appena rientrò a Roma avviò la riforma del Calendario che da lui prese il nome di Calendario Giuliano ma che era in realtà un calendario egiziano donato da Cleopatra la quale, per assistere Cesare in questa riforma universale e storica, incaricò l’astronomo Sosigene di seguirne e controllarne tutte le fasi.

Non si sa se fu lui stesso, Cesare, o Sosigene, o Cleopatra, a decidere, durante questa operazione della riforma, che il mese di “Quintilis” fosse denominato “Iulius” o “Luglio” in suo onore.

Giulio Cesare ebbe appena il tempo di varare la riforma che fu assassinato.

Cleopatra, in quei momenti tragici e drammatici, era a Roma, partì di soppiatto e si imbarcò immediatamente per l’Egitto sulla sua nave portandosi dietro Sosigene.

Con la sua nave e Sosigene partì anche la conoscenza della messa a punto finale del calendario e cioè dei circa 11 minuti annuali che conducono alla saltuaria soppressione dell’anno bisestile che dovette attendere quindi circa 1600 anni per essere ripristinato.

Non si uccise per amore.

Ma preferì morire da regina invece di finire in catene davanti al popolo romano, nel trionfo del nemico Ottaviano.

Il suo suicidio fu un gesto di orgoglio, l’ultimo sussulto di libertà dopo aver provato, secondo alcune fonti, a sedurre anche Ottaviano, quando questi entrò ad Alessandria.


.Non fu un aspide a ucciderla

Anche le circostanze del suicidio di Cleopatra appaiono romanzate. Difficilmente la regina si uccise facendosi morsicare al seno da un aspide, portato in una cesta di fichi. Il vero aspide (Vipera aspis) infatti non è presente in Nord Africa. L’altro serpente plausibile, il cobra d’Egitto sacro ai faraoni (Naja haje) era troppo grande per stare in una cesta.

Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
Con questo titolo pubblicherò articoli che parlano di donne che non hanno ricevuto i dovuti riconoscimenti e per il loro ingegno e per il lavoro fatto. Solo per il fatto di essere donne. O temporaneamente dimenticate.

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Cleopatra

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* Sebben che siamo donne: Le pionere delle stelle e dell’informatica erano suore

Nel primo decennio del Novecento, quattro suore sono state sicuramente le prime a scoprire e catalogare più di quattrocentomila stelle.

Emilia Ponzoni, Regina Colombo, Concetta Finardi e Luigia Panceri, sono le suore dell’Istituto “Maria Bambina” di Roma che hanno contribuito alla compilazione della “Carte du Ciel”, il primo grande Catalogo stellare la cui compilazione è iniziata a fine Ottocento, quando lo sviluppo della fotografia ha permesso di fotografare il cielo.

Le immagini erano opera degli astronomi esperti di tutto il mondo che si erano riuniti più volte a Parigi proprio per catalogare le stelle,ma i calcoli minuziosi per trovare le coordinate della posizione delle stelle vennero affidati a équipes di solo donne, sparse in 18 osservatori.

Il lavoro richiedeva pazienza e precisione e le donne erano ritenute più adatte “per natura” e perché potevano essere sottopagate.

Il loro coinvolgimento fu casuale, dato che il gesuita John Hagen scelse le suore di quel convento solo perché era il più vicino al telescopio e quindi le donne avrebbero potuto recarsi all’osservatorio più velocemente. Una volta che alle suore fu spiegato come fare, diventarono da subito molto brave»tanto che vennero soprannominate “le donne calcolatrici” per la loro capacità di calcolare le coordinate e le formule da riportare sui fogli»

La Specola Vaticana partecipò al progetto con le quattro giovani suore che catalogarono da sole e a mano più di 400 mila stelle. Un lavoro che durò dal 1910 al 1922.

Il progetto internazionale per la mappatura dello spazio cominciato a fine Ottocento andò avanti fino al 1966 permettendo di catalogare quasi 5 milioni di stelle.

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La prima donna a conseguire un PhD in informatica e la prima persona in assoluto a conseguirlo negli Stati Uniti (insieme ad un’altra, che aveva conseguito il dottorato lo stesso giorno in un’altra università) è stata una suora: suor Mary Kenneth Keller  (1914-1985).

Suor Mary Kenneth Keller fu una vera e propria pioniera dell’informatica: infatti convinta dell’importanza del computer nell’insegnamento si impegnò a lungo per rendere questa tecnologia sempre più semplice da usare.

Suor Mary Kenneth Keller collaborò, mentre si trovava presso il Dartmouth College, all’elaborazione di BASIC, un linguaggio di programmazione molto più facile da imparare rispetto a quelli fino ad allora disponibili, che rendeva l’uso del computer accessibile a una fascia molto più ampia di popolazione.

Qualche anno dopo, nel 1965, ottenne il suo dottorato in informatica presso l’Università del Wisconsin.

Suor Mary Kenneth Keller, nacque nel 1914 e nel 1932, all’età di 18 anni entrò nell’ordine delle Sorelle della Carità. Successivamente, presso la DePaul University conseguì un bachelor of science e un master of science in Matematica e Fisica. La collaborazione con il Dartmouth cominciò negli anni ‘60, anni in cui studiò anche all’Università del Wisconsin alla Purdue e a quella del Michigan.

La suora americana successivamente fondò e diresse per 20 anni il Clarke College in Iowa. La sua idea era che il computer fosse sempre più accessibile e facile da usare, date le sue potenzialità. La sua ricerca non si limitò esclusivamente a questo ma si concentrò anche nel campo dell’intelligenza artificiale

Per la prima volta, ora possiamo simulare meccanicamente il processo cognitivo. Possiamo fare studi sull’intelligenza artificiale. Oltre a ciò, questo meccanismo [il computer] può essere usato per assistere gli esseri umani nell’apprendimento. Dato che con il passare del tempo avremo più studenti maturi in numero sempre maggiore, questo tipo di insegnamento sarà probabilmente sempre più importante“.

Così scriveva Giovanni Keplero:”E’ bene dunque che la donna faccia altre cose e non si impegni nello studio della scienza e della matematica, che le sono innaturali”.

Nicola Pende, uno scienziato che sostenne le leggi razziali fasciste, scriveva che alle donne si dovevano proibire gli studi scientifici: “Sappiamo che il cervello femminile non è per natura sufficientemente preparato per le carriere delle scienze, della matematica, della filosofia, della storia, dell’ingegneria, dell’architettura”.

Per approfondire: “Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie”, pag. 250, Ledizioni, Milano 2020

“Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
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Solo per il fatto di essere donne.
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* Sebben che siamo donne: Sylvia Beach e la libreria più bella del mondo

 

 

Una delle librerie più belle al mondo è sicuramente la Shakespeare and Company di Parigi. Essa prende il nome da quella libreria che l’americana Sylvia Beach aprì sulla Rive Gauche parigina nel 1919 e che segnò la vita culturale della Parigi di quegli anni.

Terza figlia di Sylvester Woodbridge Beach, reverendo presbiteriano, e di Eleanor Thomazine Orbison, Sylvia passa i primi anni della sua vita tra il Maryland e il New Jersey, trasferendosi poi con la famiglia in Europa e viaggiando spesso, grazie al lavoro del padre.

Arrivata a Parigi nel 1916 con l’intento di studiare letteratura francese, Sylvia vi conosce la libraia Adrienne Monnier, che diventa ben presto la sua inseparabile compagna, tanto nella vita quanto negli affari. Nel “negozietto grigio” della Monnier, Sylvia incontra molti di quegli intellettuali che graviteranno poi intorno alla Shakespeare and Company; eminenti personalità degli anni a cavallo del secolo, da Ezra Pound ad André Gide fino a Ernest Hemingway.

Se il grande sogno dell’americana trapiantata in Francia era quello di tornare a New York, per aprire una libreria aperta ai grandi autori della letteratura francese contemporanea, gli affitti troppo cari della Grande Mela costituiscono uno scoglio insormontabile. È così che il progetto subisce una radicale quanto fortunata trasformazione: Sylvia decide di aprire una libreria americana nel cuore di Parigi.

Rue Dupuytren 8: questo è il primo indirizzo della Shakespeare and Company, aperta il 19 novembre 1919. Fuori dalla libreria troneggia una splendida insegna raffigurante il drammaturgo inglese che, secondo Beach, “guardava con occhio benevolo all’impresa”. La censura contro la libertà d’espressione che in quegli anni regna in America farà la fortuna della libreria e della sua biblioteca itinerante: la fornitissima Shakespeare and Company attira infatti tutti quei pellegrini che, attraversato l’oceano per stabilirsi a Parigi, contribuiscono a creare un’autentica colonia americana sulla Rive Gauche.

Tra i clienti di Shakespeare and Company si segnalano da subito nomi quali Man Ray, le cui fotografie fanno bella mostra di sé sulle pareti della libreria; Francis Scott Fitzgerald, disegnatore di una vignetta, realizzata sulla copia di Sylvia del Grande Gatsby, che lo ritrae seduto a un tavolo con le due libraie e Joyce, e Gertrude Stein, che scrive, come gesto di amicizia, una poesia dedicata a Sylvia, e al suo negozio, dal titolo Rich and Poor in English.

Ma uno fra tutti è il nome a cui è legata la fama della libreria e della sua proprietaria: James Joyce. Beach conosce lo scrittore irlandese a una festa, nell’estate del 1920; un incontro segnato dal timore reverenziale che Sylvia prova per l’autore, che in quegli anni era concentrato sulla stesura dell’Ulysses. Durante una discussione riguardo al futuro del libro, Beach si propone come editore. Benché senza esperienza, la libraia ha un progetto grandioso per l’opera: una tiratura di mille copie pronte per l’autunno del 1921, stampata in tre formati e supporti diversi.

A questo grandioso progetto che assorbe, insieme all’attività della libreria, le giornate di Sylvia, si sovrappone il trasloco della Shakespeare and Company al numero 12 di Rue de l’Odéon. È quindi con un certo di ritardo e molti sacrifici, soprattutto economici, che la Shakespeare and Company pubblica come editrice il suo primo libro: il 2 febbraio 1922 Sylvia consegna a Joyce la prima copia dell’Ulysses. Nonostante le rigide censure imposte oltre oceano e grazie all’aiuto di Hemingway, il romanzo sbarca anche in America – nascosto nei pantaloni del grande scrittore.

Nuove fatiche editoriali, sempre concentrate sui lavori di Joyce col quale s’è ormai stabilito un forte sodalizio; difficili scelte nel campo delle pubblicazioni, nate dal fraintendimento sorto con la grande censura che aveva colpito l’Ulisse; lotte serrate contro le edizioni pirata del capolavoro: è in questo clima che, per Sylvia e la libreria ma soprattutto per il mondo, iniziano gli anni più bui del XX secolo.

La generazione perduta della Rive Gauche è diventata il punto di riferimento del suo tempo: molti intellettuali calcano le scene da protagonisti e alcuni tornano in America, paese d’origine di molti degli affezionati della Shakespeare and Company. La lontananza dei più cari amici unita alla Grande Depressione prima, e all’occupazione nazista poi, porta la libreria della Beach a dover lottare per sopravvivere. Più volte Sylvia riceve visite di ufficiali tedeschi interessati alla sua attività: deve fronteggiare le loro pressioni, e raggira la loro minaccia di prendersi la libreria traslocandola in gran segreto, di notte, in uno degli appartamenti sfitti del palazzo. Ma nulla può contro le conseguenze della sua cittadinanza americana.

Chissà se i tedeschi vennero davvero a confiscare Shakespeare and Company? Se sì, non la trovarono” scrive Sylvia nel suo libro di memorie “Ma alla fine vennero a prenderne la proprietaria”. Passa sei mesi in un campo di concentramento e quando torna a Parigi, per evitare di essere di nuovo imprigionata, vive nascosta nel foyet des etudiantes di un’amica; ma ogni giorno si reca in Rue de l’Odéon per informarsi sulla libreria di Adrienne Monnier, la resistenza parigina e la sorte degli scrittori che per anni avevano animato la Shakespeare and Company.

Nonostante gli scontri, che proseguono intensi, e nonostante i cecchini tedeschi sui tetti, con la liberazione di Parigi Sylvia torna alla sua libreria, che però non riaprirà mai più i battenti. Parigi continua comunque a essere la sua città: vi rimane fino alla morte, avvenuta nel 1962, a sette anni dal suicidio dell’amica Adrienne.

Per chi voglia rendere omaggio all’editrice di Joyce, alla donna che ha saputo dare vita a un cenacolo culturale animato dai nomi più importanti della cultura (americana e non) della prima metà del XX secolo, le spoglie di Sylvia Beach risposano al Princeton Cemetery.

“Sebben che siamo donne” è il titolo di uno dei tanti canti delle donne mondine che rivendicavano il loro salario come al solito minore di quello degli uomini.
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Solo per il fatto di essere donne.