*…sospese sulle stelle

«Le donne devono sempre ricordarsi chi sono, e di cosa sono capaci.

Non devono temere di attraversare gli sterminati campi dell’irrazionalità’, e neanche di rimanere sospese sulle stelle, di notte, appoggiate al balcone del cielo.

Non devono aver paura del buio che inabissa le cose, perché quel buio libera una moltitudine di tesori.

Quel buio che loro, libere, scarmigliate e fiere, conoscono come nessun uomo saprà mai».

Virginia Woolf

 

 

 

befana-1

 

 

Fonte: http://womenoclock.com/2015/01/06/sospese-sulle-stelle-virginia-woolf

* Le Dame del Natale sono le splendenti madri del Sole.

Nel soffice biancore della neve, che riposa sulla terra assopita, un leggero tintinnare di campanellini si ode da lontano. Sono le Dame del Natale, che attraversano il cielo sulle loro slitte, o emergono dal fitto dei boschi coronate d’abete e agrifoglio, di luci e di brina.
Luminose e bianchissime, reggono la fiamma della nuova vita e portano doni d’abbondanza, nutrimento e calore.

E pur essendo vestite di ghiaccio e neve, sono le splendenti madri del Sole.

In molti paesi europei, prima dell’avvento della religione cristiana e, successivamente, della più comune figura di Babbo Natale, bellissime Fate e Dée conoscitrici del destino degli uomini presiedevano le festività solstiziali e natalizie in un’incantevole predominanza femminile, e durante le magiche notti d’inverno vagavano per le strade e passavano in ogni casa a osservare se fosse pulita e ordinata, e se ogni lavoro di filatura fosse stato portato a termine.
La loro visita era attesa e al contempo temuta, poiché avrebbe potuto recare liete benedizioni, o punizioni terribili. Il loro tocco poteva essere leggero e delicato come un fiocco di neve, o implacabile come una tempesta di ghiaccio, ed esse potevano apparire a loro piacimento giovani e bellissime o vecchie e raccapriccianti, benefiche o malefiche, amorevoli e materne o gelide e impietose, portatrici di buona fortuna o di sorte funesta. Ciò nonostante, è soprattutto nel loro aspetto più amabile che vengono ricordate, come eterne divinità della luce, della rinascita, della prosperità e dell’anelato ritorno del sole.

Ogni terra ha la sua dama e ogni dama è diversa, seppure sempre simile alle sue sorelle. Quelle che seguono sono solo alcune delle molte Dèe e Fate, sopravvissute sino a oggi, legate al solstizio invernale, alla vigilia di Natale e ai dodici giorni che intercorrono fra il ventisei dicembre e il sei di gennaio.
Questa ricerca pertanto non avrà termine e ogni anno sarà arricchita e perfezionata, in onore delle buone Dame del Natale, che sempre vegliano e osservano nel cuore buio e gelido dell’inverno.

 

Kolyada, la bianca Fanciulla dell’inverno

 

Nelle gelide terre della Russia e della Slovenia si onorava un tempo la candida Kolyada, una luminosa entità femminile legata al tempo invernale, e in particolare al giorno del solstizio.
Kolyada era infatti la Dea dell’inverno e del sole nascente, e si credeva che ogni mattina incoraggiasse i pallidi raggi solari a sorgere per benedire con il loro tepore la terra addormentata. La stessa lucentezza delle belle giornate invernali era considerata un suo dono, e spesso la si immaginava mentre guidava il sole su per il cielo, fino ai caldi giorni d’estate.
La leggenda vuole che la divina fanciulla visitasse le vie dei villaggi nella notte del solstizio d’inverno – oppure la vigilia di Natale – portando i suoi doni di luce e abbondanza alle famiglie e ai bambini. Un dolcissimo tintinnare di campanelle annunciava il suo arrivo, e Kolyada giungeva sorridente, vestita di un finissimo abito candido come la neve e seduta sulla sua slitta. “I capelli bianchi, la pelle bianca, vestita tutta di bianco, bianchi anche i cavalli che trainano la sua bianca slitta, è difficile distinguerla in mezzo alle nuvole di neve.” (1) In un incantato e luminoso candore la Dea percorreva le strade innevate, dispensando intorno a sé benedizioni e fortuna.

Proprio per richiamare la sua presenza e la sua benevolenza, in alcuni paesi russi si celebra ancora oggi il rito tradizionale della sua visita natalizia. Alla vigilia di Natale, giorno a lei sacro, una delle giovinette più belle viene vestita di uno splendido abito bianco, e durante la giornata percorre le vie del villaggio seduta su una slitta, mentre ragazzi e bambini, talvolta mascherati da animali, la accompagnano e precedono nel suo festoso peregrinare. La fanciulla viene chiamata Kolyada, poiché personifica e sostituisce la Dea, e visitando casa dopo casa porta la benedizione del sole e imita il suo benefico ritorno dopo la lunga notte del solstizio.
All’arrivo della splendida giovane, ogni famiglia la accoglie con gioia e i bambini intonano gli antichi kolyadki, i canti tradizionali con i quali si celebra la sua venuta, nonché la rinascita e la nuova vita che lei infonde alla terra. Per ricambiarli, Kolyada offre dolci e piccoli doni, come simboli di fortuna, luce e prosperità per il nuovo anno.

In diversi paesi dell’Europa dell’Est, Kolyada era considerata anche una Dea del tempo. Il suo nome, che potrebbe derivare da kolo, ovvero “ruota”, richiama simbolicamente sia il sole, sia il cerchio della perenne ciclicità, e dunque il tempo ciclico, il ruotare costante delle stagioni e il sicuro ritorno della luce dopo il gelido inverno.
La stessa parola potrebbe significare anche “danza circolare”, e a questo proposito si potrebbe pensare che in occasione delle feste di Kolyada (2) venissero compiute danze sacre in cerchio, per richiamare la presenza della radiosa fanciulla e dunque il ritorno del sole, così come il suo crescente cammino attraverso la volta celeste.

“Kolyada! Kolyada!
Kolyada has arrived
On the Eve of the Nativity.
We went about, we sought
Holy Kolyada,
Through all the courts, in all the alleys.
We found Kolyada
In Peter’s Court.
Round Peter’s Court there is an iron fence,
In the midst of the Court there are three rooms:
In the first room is the bright Moon;
In the second room, the red Sun;
And in the third room, the many Stars.” (3)

 

2. Kolyada o Koliada è il nome che ancora oggi viene dato all’intero ciclo di festeggiamenti invernali e natalizi in Slovenia, in Russia e in altri paesi dell’Europa dell’Est. Con l’arrivo del Cristianesimo le feste dedicate alla Dea Kolyada vennero soffocate e assorbite nelle nuove celebrazioni, ma nonostante questo, alcuni kolyadki vengono ancora innalzati in suo onore, e il suo nome viene tuttora invocato la vigilia di Natale.

3. Uno dei canti tradizionali –kolyadki – che invocano la presenza di Kolyada alle feste solstiziali e natalizie. W. R. S. Ralston, Songs of Russian People.
“Kolyada! Kolyada! Kolyada è arrivata, Alla vigilia della Natività. Abbiamo vagato, abbiamo cercato la Santa Kolyada, Attraverso tutte le corti, in tutti i vicoli. Abbiamo trovato Kolyada alla Corte di Pietro. Intorno alla Corte di Pietro c’è un recinto di ferro, Nel mezzo della Corte ci sono tre stanze: Nella prima stanza c’è la Luna luminosa; Nella seconda stanza, il rosso Sole; E nella terza stanza, le molte Stelle.” (T.d.A.)
Nonostante sia evidente l’influenza della religione cristiana, il senso originario di questi canti, nonché le gioiose invocazioni alla divina Kolyada, sono rimasti fortunatamente invariati.

Ricerca e testo di Violet. .

http://www.tempiodellaninfa.net/public/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=280&pagenum=2&mode=thread&order=0&thold=0

* La buona notizia del venerdì: L’Italia vince la Coppa del Mondo … di cucina

Nel più importante concorso di cucina al mondo, il Team Calabria dell’Associazione Professionale Cuochi Calabresi, presieduta dal prof. Giuseppe Sgrò, stupisce ancora, confermando e migliorando le già eccellenti prestazioni delle precedenti partecipazioni a competizioni internazionali: al termine della Coppa del Mondo della Cucina 2018, svoltasi dal 24 al 28 Novembre 2018 in Lussemburgo, il medagliere della rappresentativa calabrese si è attestato a ben 9 MEDAGLIE: 2 ori, 1 argento e 6 bronzi!

Nel corso dei cinque intensi e impegnativi giorni di gare, gli chef e i pasticceri calabresi sono giunti a queste prestigiose affermazioni sfidando, nelle varie specialità individuali (cucina, pasticceria, sculture, intaglio vegetale), migliaia tra i migliori professionisti del Pianeta, in una competizione in cui l’ambitissimo titolo di Campione del Mondo spinge sempre tutti i partecipanti a creare opere fuori dal comune, al punto che la cucina si sublima a vera e propria arte, capace di emozionare, esprimendosi a livelli tecnici ed estetici altissimi.
Per queste ragioni la Culinary World Cup, la cui prima edizione risale al 1972 e che si svolge soltanto ogni quattro anni, nell’ambito dell’importante Fiera Gastronomica Internazionale ExpoGast, è un evento molto atteso dagli addetti ai lavori, trattandosi di una straordinaria vetrina per tutte le nuove tendenze e le correnti d’avanguardia della cucina contemporanea.


La Calabria può dunque fregiarsi di due nuovi Campioni del Mondo, entrambi di Laureana di Borrello: lo chef Pino Sofrà, vincitore della medaglia d’oro nel concorso di intaglio su vegetali con il punteggio più alto tra tutti i concorrenti italiani (8° posto assoluto mondiale) e la maestra cake designer Cetta Cuppari, oro nella categoria sculture di pasticceria (terzo punteggio assoluto tra gli italiani), che ha realizzato una stupenda torta dedicata agli dei della mitologia greca, con figure e decorazioni realizzate in pasta di zucchero, cioccolato plastico e pasta di gomma.
Nella categoria sculture di cucina si aggiudica la medaglia d’argento lo chef Andrea Dicosta, autore di una composizione di formaggi lavorati con intagli a motivi floreali.
Tre delle sei medaglie di bronzo del Team Calabria sono arrivate dalla cucina artistica, la categoria tradizionalmente più difficile e selettiva del concorso (soltanto 5 ori assegnati tra tutti i concorrenti, in tutta la competizione) con gli chef Bruno Mamone, Domenico Cognetta e Nunzio Infantino, che si sono esercitati per partecipare al concorso all’interno del laboratorio del Centro Enogastronomico di Laureana; altri due bronzi sono stati conquistati nell’intaglio su vegetali, dallo chef Domenico Santoro di Villa San Giovanni e dal maestro Pino Sofrà, che si aggiudica così una seconda medaglia nel contest live carving; il bottino del Team calabrese è completato dal bronzo dello chef Nicola Stratoti, autore di una dettagliatissima opera in pasta di pane dedicata al tema “Vacanze Romane” e caratterizzata da un celebre simbolo dell’Italia nel mondo, la mitica Vespa.


Questi straordinari risultati, che rendono la Calabria una delle regioni italiane più medagliate di questa edizione della Coppa del Mondo, sono il frutto di lunghi mesi di preparazione e allenamento, oltre che di un’attenta organizzazione da parte dell’Associazione Professionale Cuochi Calabresi, che ha reso possibile la vincente partecipazione al mondiale lussemburghese del Team Calabria più numeroso della storia, composto da ben 16 elementi: oltre ai vincitori delle medaglie e al Team Manager Rocco Sgrò, hanno infatti fatto parte della squadra gli chef Antonio Chirico (coordinatore settore cucina), Enzo Oliveri, Luigi Quintieri, Rocco Pietro Zinghinì (tutti premiati con Diploma di merito per le loro opere), Michele Monteleone e il maestro pasticcere Roberto Furfaro.


Sempre più determinato a rappresentare al meglio l’indiscussa professionalità e il grande talento degli operatori calabresi del settore, il Team Calabria inizierà a pianificare già dai prossimi mesi la partecipazione al prossimo importante appuntamento: le Olimpiadi della Cucina, in programma per il 2020 a Stoccarda, in Germania.

http://www.strill.it/citta/reggio/2018/12/coppa-del-mondo-della-cucina-team-calabria-conquista-in-lussemburgo-9-medaglie/

* E la zucca cosa c’entra ad Halloween?

E LA ZUCCA COSA C’ENTRA AD HALLOWEEN?


Con il termine zucca vengono identificati i frutti di diverse piante appartenenti alla famiglia delle Cucurbitaceae, in particolare alcune specie del genere Cucurbita (Cucurbita maxima, Cucurbita pepo e Cucurbita moschata) ma anche specie appartenenti ad altri generi come ad esempio la Lagenaria vulgaris o zucca ornamentale. La zucca è comunemente usata nella cucina di diverse culture: oltre alla polpa di zucca, se ne mangiano anche i semi, opportunamente salati. La zucca è un ortaggio che si presta a mille ricette: si consuma cucinata al forno, al vapore, nel risotto o nelle minestre, fritta nella pastella. Dai semi si ottiene un olio rossiccio usato in cosmesi e cucina tradizionale.

Ancora oggi alla vigilia di All Hallows, 31 ottobre, la gente continua a celebrare le feste di Samhain, capodanno celtico, e di Pomona , festa romana in onore della dea dei frutti e dei giardini.
Con la diffusione del cristianesimo non si sono dimenticate queste usanze.
Il 31 Ottobre è diventato  noto come All Hallow Even, infine All Hallow’s Eve, Hallowe’en, e poi -. Halloween The Halloween . Quindi ciò che si celebra oggi, contiene tutte queste influenze, Pomona Day, il Festival di Black Cats di Samhain, la magia, gli spiriti maligni, i fantasmi, gli scheletri e i teschi.

E la zucca cosa c’ entra?

I Celti che vivevano in quello che ora è la Gran Bretagna e la Francia settentrionale avevano una lanterna, quando camminavano alla vigilia del 31 ottobre.
Queste lanterne erano fatte in grandi rape scavate e con  le luci dentro: servivano a tenere lontani gli spiriti maligni.
I bambini scolpivano le rape che venivano chiamate “jack-o-lanterns.”
I Jack-o’-lantern venivano ricavati da grandi rape, barbabietole e cavoli rapa prima dell’introduzione della zucca dall’America.
Un Jack-o’-lantern (in italiano Giacomo del lanternino) è una zucca intagliata a mano.
Si scava la polpa interna, la zucca diventa una forma vuota e con vari tagli assume la sagoma di una testa . Tolta la calotta superiore, una luce, in genere una candela, viene inserita all’interno della zucca. Così dall’esterno è possibile vedere i tratti di un volto illuminato con i particolari degli occhi e della bocca che ride o sghignazza.

La leggenda narra che il “ jack-o-lantern“, prende il nome da un vecchio avaro, di nome Jack, che quando morì era troppo avaro per entrare in paradiso.

Jack scese all’inferno e incontrò il diavolo che gli diede un pezzo di carbone ardente e lo mandò via.
Jack mise il carbone ardente in una rapa e la usò come lanterna per illuminare il suo cammino.
La leggenda dice che Jack sta ancora camminando a piedi con la lanterna alla ricerca di un posto dove fermarsi.
Così è nata la credenza che i defunti vaghino per la terra con dei fuochi in mano e cerchino di portare via con sé i vivi (in realtà esistono i fuochi fatui, causati dalla materia in decomposizione sulle sponde delle paludi); è bene quindi che i vivi mostrino una faccia orripilante con un lume dentro per ingannare i morti.
Questa usanza fa riferimento anche alle streghe, che venivano bruciate sui roghi o impiccate; infatti, si pensava che queste vagassero nell’oscurità della notte per rivendicare la loro morte   ed approfittassero del maggior potere loro conferito durante la notte di Halloween.
Quando i primi coloni arrivarono in America scoprirono le grandi zucche tonde arancioni.
Esse erano molto più grandi delle rape e quindi, la rapa venne sostituita dalla grande zucca arancione per i festeggiamenti.
Da allora in tutto il mondo, si celebra Halloween con le grandi zucche arancioni

L’usanza è tipicamente statunitense ma probabilmente deriva da tradizioni importate da immigrati europei: l’uso di zucche o, più spesso in Europa, di fantocci rappresentanti streghe e di rape vuote illuminate, è documentato anche in alcune località del Piemonte, della Liguria, della Campania, del Friuli (dove si chiamano Crepis o Musons), dell’Emilia-Romagna, dell’alto Lazio e della Toscana, dove la zucca svuotata era nota nella cultura contadina con il nome di Zozzo.[2]

Anche in varie località della Sardegna la notte della Commemorazione dei Defunti si svolgono riti che hanno strette similitudini con la tipica festa di Halloween d’oltreoceano, nel paese di Pattada si intagliano le zucche, in altre località si svolge il rito de “Is Animeddas” (Le Streghe), de Su bene ‘e is animas, o de su mortu mortu, dove i bambini travestiti bussano alle porte chiedendo doni.
Questo rito in Molise viene chiamato “l’anim’ de le murt”.

L’uso delle zucche era ben presente anche nella cultura contadina della Toscana fino a pochi decenni fa, nel cosiddetto gioco dello zozzo.
Nel periodo compreso tra settembre e novembre si svuotava una zucca, le si intagliavano delle aperture a forma di occhi, naso e bocca; all’interno della zucca si metteva poi una candela accesa. La zucca veniva poi posta fuori casa, nell’orto, in giardino ma più spesso su un muretto, dopo il tramonto e per simulare un vestito le si applicavano degli stracci o addirittura un abito vero e proprio. In questo modo avrebbe avuto le sembianze di un mostro provocando un gran spavento nella vittima dello scherzo, in genere uno dei bambini, mandato fuori casa con la scusa di andare a prendere qualcosa.

Una pratica identica era presente nel Lazio del nord, in anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale, e da far risalire, tramite testimonianze indirette, quantomeno alla seconda metà dell’Ottocento. La zucca intagliata ed illuminata veniva a volte chiamata La Morte.
L’uso di intagliare le zucche e illuminarle con una candela si ritrova anche in Lombardia e in Liguria, ad esempio nella cultura tradizionale di Riomaggiore nelle Cinque Terre, così come in Emilia ed in generale in tutta la pianura padana, dove fino alla fine degli anni 50 si svuotavano le zucche o si usavano normali lanterne ed illuminate da candele, venivano poste nei borghi più bui ed anche vicino ai cimiteri e alle chiese.
A Parma tali luci prendono il nome di “lümera”.

E dato che la zucca è un gradevole alimento e può essere usata in cucina anche per i dolci, ecco una ricetta classica per la notte di Halloween ( e anche dopo per tutto l’inverno! )

TORTA DI ZUCCA – PUMPKIN PIE

2 tazze grandi di polpa di zucca ben cotta

1 ½  tazza di panna per dolci ( oppure meglio panna e latte)
¼  tazza di zucchero di canna
½ tazza di zucchero bianco  ( oppure a scelta più zucchero di canna che bianco)
1 cucchiaino di cannella – anche abbondante!
½ cucchiaino di zenzero
¼ cucchiaino di noce moscata
qualche chiodo di garofano
2 uova leggermente sbattute

Mischiare bene tutti gli ingredienti
Riempire con il composto una teglia foderata con pasta frolla per crostate
Mettere nel forno e cuocere 15 minuti a 220°-230°, quindi ridurre il calore a 180° e cuocere per 45 minuti circa.
Servire con panna montata o – meglio- con gelato fior di latte

Fonti:
http://www.alimentipedia.it/Curiosita/Halloween.html

http://www.flickr.com/groups/vintagehalloween/

Per saperne di più vedi l’articolo“Non solo Halloween”

*Il suono ha una forma, ogni suono ha una forma , lo prova la Cimatica

La cimatica è lo studio del suono visibile le cui basi furono poste da Ernst Chladni, musicista e fisico tedesco ( 1756 – 1857).

La parola cimatica, dal greco Kyma -grande onda- è stata coniata da Hans Jenny, (1904-1972) un medico svizzero e studioso di scienze naturali, per descrivere il suono visibile.

Una delle scoperte più affascinanti che fece Jenny fu che quando venivano pronunciate le vocali in ebraico e sanscrito attraverso il fonoscopio, strumento a fiato da lui inventato, venivano riprodotti i modelli reali delle stesse vocali.

Questo però non si verificava pronunciando le lingue moderne.

Tutto ciò portò a pensare che ci potesse essere qualcosa di vero nel concetto di “lingua Sacra”.

Una vera e propria ragione fisica per cui la recitazione di mantra e testi sacri potessero avere proprietà curative vere e proprie.

 

 

Il Cymascope è un nuovo tipo di strumento scientifico, che rende il suono visibile.


E’ stato creato da John Stuart Reid, ingegnere acustico, e dal progettista americano Erik Larson  ispirandosi al lavoro di Ernst Chladni..

Viene utilizzato per lo studio visivo di suoni umani, animali, suoni dello Spazio e strumenti musicali.

Un Cymascope può anche essere usato in logopedia e per applicazioni di intrattenimento come fare musica visibile.

Grazie a questo strumento è stato possibile vedere per esempio che forma hanno le frequenze delle onde cerebrali, le vocali delle lingue moderne e le note del pianoforte.

 

Frequenze cerebrali viste con il Cymascope
Note del pianoforte viste con il Cymascope

Vocali viste con il Cymascope

In precedenza era stato ipotizzato che ciascuna delle cinque vocali avesse una forma base uguale per ogni persona.

Tuttavia con l’utilizzo del Cymascope, si è scoperto che la forma varia da persona a persona.

In sostanza è il tono della voce di una persona a determinare la geometria di base di ogni vocale.


Le forme geometriche che derivano dalla voce umana sono come dei bellissimi mandala .


È possibile avere il mandala della propria voce acquistabile sul sito ufficiale cymascope.com. 

Si deve registrare la propria voce con il registratore vocale online del sito che verrà poi “fatta ascoltare” allo Cymascope che la visualizzerà.
È possibile anche avere l’immagine di qualsiasi altro suono che ha un significato speciale per voi come per esempio le fusa di un gatto o la risata di un bimbo. 

L’immagine creata verrà poi inviata per posta normale o via mail a seconda della richiesta.

Ora è anche disponibile un’App che permette, tra le altre cose, di suonare uno strumento musicale dal vivo e vederne le immagini in tempo reale. Si possono anche vedere le differenze d’immagine tra la musica a 432 Hz. e quella a 440 Hz.

La tua voce è una rappresentazione olografica di tutto ciò che sei che riflette ilDNA personale “.

Le onde sonore in realtà non esistono.

Il modello “onda” è solo un concetto matematico  ma non è così che il suono viaggia in realtà.

Se i nostri occhi potessero vedere i suoni non vedremmo quindi delle onde, come comunemente si crede, ma delle bellissime bolle olografiche con scintillanti disegni caleidoscopici sulla loro superficie .

Il Cymascope permette di vedere questo regno di bellezza precedentemente nascosto.

Nella foto sotto, la sfera, in rapida espansione, viene catturata in un momento congelato.

L’interno rivela una struttura bella e complessa che rappresenta la ricca natura armonica della musica del violino.

” Gli atomi e le molecole presenti nell’aria, vengono eccitati dalle corde vocali della tua laringe, creando una piccola perla di energia acustica che si espande rapidamente dalla bocca e corre via a circa 1126 Km. all’ora.

Quando si parla si crea luce infrarossa. 

La luce infrarossa porta con sé le modulazioni della tua voce alla incredibile velocità di 300.000 Km. all’ora.

A differenza del suono di una voce che diventa impercettibile dopo circa un chilometro, la luce infrarossa creata dalla tua voce si precipita nello Spazio dove viaggia per l’eternità, portando le tue parole o canzoni alle stelle”.


https://riccamente.blogspot.com/2012/02/cimatica-la-meravigliosa-forma-delle.html?fbclid=IwAR02XDvI78UGIjjMB5ltREpn2p5Xa1XoT1vgOaSqDLsUuB2yB22EhgkZ5XU

* Omologhiamoci! Ma anche NO!

 

 

 

 

Controcorrentiamoci

* La buona notizia del venerdì: Attenzione, bambini!Tutti insieme nello scuolabus a pedali !

 

Nuove soluzioni per rendere la scuola più sostenibile ed anche il viaggio che ogni giorno porta i piccoli alunni ad essa. La via della sostenibilità scolastica include la mobilità dei suoi studenti che inevitabilmente passa per le scelte delle famiglie.

Nelle piccole cittadine, dove tutto è a portata di mano e la maggior parte delle persone si conosce, è più semplice andare a scuola a piedi o in bicicletta. Nelle grandi città italiane, vista l’assenza di piste ciclabili praticabili e sicure, è purtroppo impensabile e non realizzabile.

Secondo dati forniti da Legambiente, grande o piccolo che sia il centro abitato e nonostante l’86% delle famiglie italiane abiti vicino agli edifici scolastici, sono ben 10 milioni i genitori in Italia che non rinunciano all’automobile per percorrere il breve tratto che separa l’abitazione dalla scuola.

Eppure tutti sono consapevoli che una grossa fetta di traffico automobilistico quotidiano è rappresentata dai cittadini che accompagnano a scuola i propri pargoli. Istituzioni e associazioni ambientaliste, consci che il traffico genera smog e sia fonte di inquinamento che fa male tanto all’ambiente quanto alla salute di tutti, hanno cercato soluzioni per limitare questa cospicua quantità di traffico.

Si sono così diffusi scuolabus, pedibus, bicibus, ma mai nessuno ha pensato in Italia allo “scuola bus a pedali”, come invece sperimentano ormai da qualche anno gli asili nido di Malmö(Svezia).

Si tratta di particolari e innovativi mezzi non a motore ma a propulsione umana seppur con pedalata assistita. Tricicli che a noi forse appaiono pittoreschi ma che in realtà risultano essere a basso impatto ambientale oltre che pedagogici.

Il Cykelbussen, così si chiama lo scuolabus a pedali, ha importanti valenze educative in quanto permette ai bambini non solo di spostarsi e di incidere meno sul pianeta ma anche di scoprire nuove prospettive e nuovi spazi della città, che in auto non avrebbero visto, oltre a rafforzare il grado di autonomia del bambino stesso.

È chiaro che per servirsi e poterlo utilizzare con successo, un servizio simile deve essere pensato nei minimi dettagli, soprattutto al fine di garantire la sicurezza e la serenità dei baby passeggeri. Per questo tutti i bambini sono legati con le cinture di sicurezza e indossano il casco protettivo.

Il mezzo non solo percorre il tragitto casa-scuola e viceversa, ma viene anche utilizzato per le uscite didattiche degli alunni, per portare quindi i bimbi in gita, a fare una passeggiata o a una visita al vicino museo

Nils Wedin uno degli autisti ammette che: “Trasportare bambini è diverso dal trasportare le solite merci“. E questo non facciamo fatica a crederlo.

Tuttavia assicura che “I piccoli passeggeri stanno buoni e l’unica richiesta che fanno una volta a bordo è quella di andare più veloce”

 

http://www.ehabitat.it/2015/09/14/cykelbuss-a-scuola-con-lo-scuolabus-a-pedali/

* la buona notizia del venerdì:“ Pedibus”, “Ventibus”, “Ombrellibus” a piedi i bambini vanno a scuola con più entusiasmo