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Perchè siam donne: “I’m speaking” piccole donne parlano!

Lei è Iris Haq Lukolyo, 10 anni.

Un giorno dello scorso settembre, si collega a scuola su Zoom, e il suo insegnante dice alla classe che quel giorno avrebbero imparato a conoscere il ruolo dei Padri Fondatori nella costruzione dell’America.

Comincia ad ascoltare.

Iris è perplessa: una parte cruciale della narrazione manca, secondo lei, dal programma della lezione.

Quando ho tolto il mute all’audio, ho detto, ‘Ma gli schiavi e le schiave non hanno costruito l’America?'”

No, non ne parliamo in questa classe”.

Iris è l’unica studente afroamericana della classe, e rimane una voce isolata.

Spegne la telecamera per piangere.

“Prima di parlare, avevo paura a farlo. E dopo ho pensato, ‘Oh non avrei dovuto dirlo.'”

Ma poi in Iris scatta un clic e decide di trasformare quel sentire in azione.

Scrive un saggio sulla sua esperienza e sull’importanza di insegnare una storia americana accurata e inclusiva nelle scuole.

Un paio di mesi dopo, il saggio – intitolato “Mute: conversazioni di quinta elementare sulla schiavitù”. Viene pubblicato su Skipping Stones, una rivista letteraria giovanile nazionale.

E quando la madre di Iris, HeatherHaq, lo condivide su Twitter diventa virale.

L’insegnante di Iris lo legge e chiede scusa per averla fatta sentire ferita.

“Ma non può bastare dice Iris: la schiavitù non è tema per la lezione di un altro giorno.!”

(Da notare la maglietta di Iris: la ornai famosissima frase di KamalaHarris “I’m speaking”)

Il discorso di Kamala Harris:

così la nuova vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, nel suo discorso della vittoria.
“Sebbene io sia la prima donna a ricoprire questo incarico, non sarò l’ultima. Penso a intere generazioni di donne che hanno battuto la strada per questo preciso momento. Penso alle donne che hanno combattuto e sacrificato così tanto per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia per tutti, comprese le donne afroamericane, spesso trascurate ma che spesso dimostrano di essere la spina dorsale della nostra democrazia.

“La democrazia non è una cosa garantita per sempre. 

Col vostro voto avete mandato un messaggio chiaro, avete scelto la speranza, l’unità, la decenza, la scienza e la verità”,
Kamala ha anche ricordato la propria madre, Shyamala Gopalan Harris, così la nuova vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, nel suo discorso della vittoria. Ricorda come sempre sua madre, Shyamala Gopalan, endocrinologa e attivista arrivata negli USA dall’India negli anni Sessanta
.

Per Kamala Harris, sua madre non è solo un modello e una fonte di eterna ispirazione è “la donna responsabile della mia presenza qui oggi”. “Quando è arrivata dall’India all’età di 19 anni”, racconta nel suo discorso, “non si sarebbe mai immaginata questo momento, eppure credeva profondamente in un’America dove un momento del genere potesse essere possibile”..

Lei credeva nell’America che rende possibili momenti come questo.

Penso a lei e penso a intere generazioni di donne, donne di colore, asiatiche, bianche, latine, native americane, che hanno battuto la strada per questo preciso momento.

Le donne che hanno combattuto e sacrificato così tanto per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia per tutti. Le donne di colore che troppo spesso vengono trascurate, ma che così spesso dimostrano di essere la spina dorsale della nostra democrazia. Tutte le donne che hanno lavorato per garantire e proteggere il diritto di voto per oltre un secolo.

E ora, nel 2020, la nuova generazione di donne del nostro Paese che hanno votato e continuano a lottare per il loro diritto fondamentale a votare e a essere ascoltate”.
“Ai figli dei nostro Paese, indipendentemente dal vostro genere, abbiamo un messaggio chiaro per voi: sognate con ambizione, guidate con convinzione e guardate a voi stessi in modi che forse gli altri non vedranno, ma semplicemente perché non lo hanno mai visto prim
a.

E noi vi applaudiremo ad ogni passo“.

https://www.fanpage.it/esteri/il-discorso-di-kamala-harris-sono-la-prima-donna-vicepresidente-ma-non-saro-lultima/

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* Arcangelo Michele: ognuno di noi ha il suo drago da affrontare !

Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre. Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine: allora molti lo scorreranno e la loro conoscenza sarà accresciuta”.(Libro di Daniele Cap.12)

Nelle tradizioni esoteriche come nelle religioni cristiana ed ebraica l’Arcangelo Michele (il cui nome vuole dire Mi-Kha-El:”chi è come Dio?”), fin dai tempi antichissimi, ha un ruolo particolare nella lotta che si combatte e si combatterà a livello individuale e collettivo, fino alla fine dei tempi, contro le forze del male.

L’azione dell’Arcangelo Michele appare straordinaria nei testi sacri come nelle interpretazioni moderne.

In questa epoca, infatti, un compito particolare e grandioso è svolto dall’Arcangelo Michele secondo Peter Deunov e Omraam Mikhael Aïvanhov, due maestri spirituali del cristianesimo esoterico.

Dirà Aïvanhov :

” Le forze presiedute dall’Arcangelo Michele sono forze di equilibrio, di giustizia, quindi di discernimento tra il buono e il cattivo in vista di liberare ciò che è bene e di trasformare ciò che è male.

Solo l’Arcangelo Michele è in grado di vincere questa egregora. Con l’aiuto del suo esercito, realizzerà ciò che da secoli le moltitudini implorano dal Creatore. Ecco perchè dobbiamo collegarci all’Arcangelo Michele, chiedergli la sua protezione e la possibilità di operare con lui per accrescere la sua vittoria. La luce trionferà sulle tenebre: è stato predetto e così sarà.

Perchè non partecipare a quell’evento? I figli di Dio che saranno iscritti nel numero di coloro che avranno partecipato al combattimento dell’Arcangelo Michele, il Genio del Sole, questa potenza di Dio tra le più luminose, riceveranno il bacio dell’Angelo del fuoco. Tale bacio non li brucerà ma li illuminerà (op.citate).

Anche Rudolf Steiner si sofferma sul nuovo ciclo spirituale, sulla nuova era micaelica, e cioè sulla missione di Michele affermando che in questo ciclo spetta a Michele mostrare concretamente all’uomo la via per raggiungere il Cristo:

“ Nell’immagine del “combattimento di Michele col drago” viveva una forte coscienza del fatto che l’uomo, in virtù delle proprie forze, deve dare all’anima una direzione di vita che la natura non le può dare. L’odierna disposizione dell’anima è portata a diffidare di una simile coscienza, temendo di venire, a causa sua, estraniata dalla natura. Essa vorrebbe godere della natura nella sua bellezza, nella sua vita pullulante e rigogliosa, e non farsi privare di questo godimento dalla rappresentazione di una “caduta della natura dallo spirito”.Vorrebbe anche nella conoscenza lasciar parlare la natura e non perdersi nel fantastico con l’accordare ad uno spirito, che si elevi al di sopra della natura, una voce nell’aspirazione alla verità.”

“I veri pensatori sono coloro che servono Michele che essi considerano come il reggitore del pensiero cosmico. Michele infatti libera i pensieri dal giogo del cervello e gli apre il mondo del cuore…In lui l’immagine del mondo diviene rivelazione piena di saggezza che svela l’intelletto del mondo quale divina azione universale. In questa azione universale, vive la sollecitudine del Cristo per l’umanità; mediante la rivelazione universale di Michele, tale sollecitudine può così rivelarsi al cuore degli uomini”.

” Il poter comunicare conoscenze spirituali sinora serbate nel mistero da varie comunità esoteriche si è reso possibile con l’avvento, quale Spirito del Tempo, dell’entità dell’arcangelo Michele, alla fine del 19° secolo, il quale per sua propria natura, porta verso l’uomo l’impulso al voler conoscere tali misteri. Lo Spirito vuole che l’uomo Lo riconosca in piena coscienza e libertà “

Doreen Virtue, psicoterapeuta, lavora in stretto contatto con il reame angelico attraverso la Angel Therapy. Chiaroveggente fin dalla nascita, insegna ai suoi pazienti a guarire la propria vita attraverso il contatto con gli angeli e il paradiso.

In questo messaggio ricevuto da Doreen Virtue, l’Arcangelo Michele invita a purificarci ed a trovare il nucleo divino che è in tutti noi. Le energie sono molto intense sul Pianeta in questo momento e le persone con una spiccata sensibilità che vogliono lavorare per la luce e l’amore devono ben prendersi cura di se stesse e dei propri corpi. Preghiera, meditazione e perdono sono di fondamentale importanza nel 2012, anno in cui l’umanità si troverà ad un bivio, ma non sarà la fine del mondo. Il messaggio di Doreen ci rassicura in questo.

Paola Giovetti, studiosa di tematiche esoteriche e spirituali, giornalista e scrittrice, redattrice della più antica rivista di parapsicologia, Luci ed ombre, ha compiuto una vasta ricerca da cui ha tratto il libro Le vie dell’arcangelo. Dalle ricchissime tradizioni relative all’ Arcangelo Michele appare chiaro il suo ruolo di vincitore del male, accompagnatore delle anime nell’ aldilà e di angelo terapeuta.

Anche i testi sacri dell’India contengono indicazioni significative sull’epoca nella quale viviamo denominata “Kali yuga” ovvero età del ferro, per evidenziare che in questa epoca l’umanità ha raggiunto un punto pericoloso di allontanamento dal Cielo, dalla spiritualità, dal proprio Sé superiore; secondo questi testi sacri dopo l’età del ferro, si sarebbe realizzata una nuova età dell’oro grazie all’intervento di un grande essere che dovrà discendere sulla terra aiutato da altri discepoli (Kalki avatar).

Ognuno di noi ha il suo drago da abbattere.

“Cosa c’è in me che non mi fa soddisfa, che non mi fa procedere nella direzione che vorrei dare alla mia esistenza?”

Male è ciò che limita la creazione del Bene  per me e per gli altri . Male sono gli ostacoli che con le mie convinzioni negative ho creato sul mio cammino verso la Luce.

La vittoria su noi stessi è il momento centrale del “ processo di individuazione” di cui parla Carl Gustav Yung.

E’ il momento di cambiare, di trovare la forza, il coraggio, la volontà e contribuire alla creazione di quel mondo nuovo che Michele auspica attraverso il simbolo del mappamondo, che vediamo in nelle sue immagini. Ricordiamoci che le azioni che noi poniamo in atto sulla terra siano in sintonia con il cielo.

Quando scopriamo il tesoro che dentro di noi, allora noi voleremo liberi lasciando il vecchio per continuare come uomini nuovi, come cocreatori della manifestazione, in sintonia con il cosmo e le sue leggi.

La festa di Michele è dunque la festa della nostra resurrezione interiore.

Prestami la tua spada
affinché io sia armato
per vincere in me il Drago.

Riempimi della tua forza
affinché io sgomini gli Spiriti
che vogliono paralizzarmi.

Agisci entro di me
perché splenda la luce del mio Io
così ch’io possa compiere gesta
degne di te, Michael!

 ( Rudolf Steiner)

Fonti :

http://angeliradianti.com

www.larchetipo.com

http://www.antiguatau.it

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E’ tempo di guarire

Il portale di guarigione, legato all’energia di Giove, agirà dal 27 settembre al 6 ottobre.

L’ultimo portale si unisce all’energia dell’equinozio autunnale, proseguendo il processo di guarigione che è iniziato nel 2020, con la presa di coscienza di cosa porta squilibrio al nostro benessere.

Ora è tempo di volgere lo sguardo verso quello che percepiamo come equilibrio e capire come possiamo rendere migliore la nostra natura, proseguire nella nostra crescita, attraverso la pulizia della memoria cellulare.

Vediamo di cosa si tratta.

Noi siamo fatti di energia che fluisce con scariche positive e negative. Quando il flusso è positivo, armonico, costante, ogni cellula del corpo viene attraversata da questa energia che invece si blocca quando c’è una scarica negativa e viene dalla stessa immagazzinata. Queste scariche negative in punti frequenti, creano dei blocchi e dunque l’impulso ad agire in un certo modo.

Pensiamo a una persona che si arrabbia molto. La rabbia colpisce il fegato con scariche negative che nel tempo assorbe questa energia creando un blocco. Perché si arrabbia sempre? Perché all’interno delle cellule c’è una memoria che fa scattare la sua rabbia (come meccanismo di difesa o di manifestazione della sua volontà) ogni qual volta si tenta di farle cambiare idea.

Spesso non si ha consapevolezza di questo, può essere difficile cambiare attraverso un percorso di riconoscimento del problema.

Questo blocco diventa una memoria cellulare che influenza il nostro agire, il nostro comportamento, intensificando un problema che nel tempo può diventare malattia. La pulizia della memoria cellulare consiste nell’agire profondamente all’interno della cellula estraendo queste scariche negative e trasformandole in scariche positive.

Durante i giorni del portale sarai aiutato ad attuare questo processo in molti modi, liberandoti di quelle memorie che influiscono i tuoi comportamenti, le tue paure, le tue credenze. Questo è meraviglioso, un processo di liberazione che ti porterà all’indipendenza da quello che è stato, permettendoti dunque di scegliere la tua strada.

(Guida Astroenergetica 2021)

Cikala Itka

Fonte:

Energia Maya

Il portale di guarigione, legato all’energia di Giove, agirà dal 27 settembre al 6 ottobre.

L’ultimo portale si unisce all’energia dell’equinozio autunnale, proseguendo il processo di guarigione che è iniziato nel 2020, con la presa di coscienza di cosa porta squilibrio al nostro benessere.

Ora è tempo di volgere lo sguardo verso quello che percepiamo come equilibrio e capire come possiamo rendere migliore la nostra natura, proseguire nella nostra crescita, attraverso la pulizia della memoria cellulare.

Vediamo di cosa si tratta.

Noi siamo fatti di energia che fluisce con scariche positive e negative. Quando il flusso è positivo, armonico, costante, ogni cellula del corpo viene attraversata da questa energia che invece si blocca quando c’è una scarica negativa e viene dalla stessa immagazzinata. Queste scariche negative in punti frequenti, creano dei blocchi e dunque l’impulso ad agire in un certo modo.

Pensiamo a una persona che si…

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La buona notizia del venerdì: Vicino all’acqua siamo più felici! Blue Mind!

Siete degli amanti appassionati del mare, pronti a trascorrere tutte le vostre vacanze a due passi dall’acqua?

Molte sono le prove scientifiche che l’autore, Wallace J. Nichols, porta a sostegno della sua tesi: andare al mare non solo fa bene, ma è necessario per la nostra mente.

Il titolo, dicevamo: “Blue Mind: The Surprising Science That Shows How Being Near, In , On, Or Under Water Can Make You Happier, Healthier, More Connected, And Better At What You Do” (“Mente Blu: la scienza sorprendente che mostra come stare vicino, sopra, dentro o sotto l’acqua possa renderti più felice, più sano, più connesso e migliore in ciò che fai”).

Il volume raccoglie oltre dieci anni di ricerca scientifica che dimostrano come la vicinanza all’acqua stimoli il nostro cervello al rilascio di sostanze chimiche collegate alla felicità, come dopamina, serotonina e ossitocina.

Per il bene delle nostre “menti blu”, abbiamo riassunto qui sotto cinque teorie dal libro di Nichols.

1) L’acqua ci riporta al nostro stato naturale

Siamo connessi all’acqua fin dal principio della nostra vita. Il corpo dei bambini è composto per il 75% da acqua. Invecchiando, diventiamo più secchi (solo il 60%), ma il nostro cervello è ancora acqua per tre quarti e le nostre ossa per il 31%.

Il cervello, che si trova nella nostra testa nella forma di un “fluido cerebrospinale chiaro e privo di colore”, reagisce con piacere all’acqua perché – come scrive Nichols – “i nostri antenati vennero fuori dall’acqua ed evolsero le loro capacità dal nuotare allo strisciare fino al camminare. I feti umani, nelle prime fasi di sviluppo, hanno ancora strutture simili a fessure branchiali”, e l’acqua nelle nostre cellule “può essere paragonata a quella che si trova nel mare”.

Questa connessione biologica all’acqua – spiega Nichols – sollecita una risposta immediata nei nostri cervelli. Questo è il motivo per cui, quando vediamo o ascoltiamo l’oceano, sappiamo di essere “nel posto giusto”.


2) Lungo la costa siamo più rilassati

Secondo uno studio citato nel libro, per calmarci a livello subconscio basta anche solo osservare un paesaggio come quello qui sopra. Tramite risonanza magnetica funzionale, gli scienziati hanno notato che guardare immagini di natura fa attivare le parti del nostro cervello associate “a un atteggiamento positivo, alla stabilità emotiva e al recupero di ricordi felici”.

3) Guardare le fotografie fa bene, ma l’acqua nella vita reale fa ancora meglio

Lo stesso discorso vale per la vita reale. Nichols cita uno studio del 2011 in cui una applicazione chiamata Mappiness ha tracciato i livelli di benessere di circa 22mila utenti. Ai partecipanti veniva chiesto di valutare il loro grado di felicità in diversi momenti. Secondo le risposte inviate (più di un milione), non solo le persone erano più serene quando erano all’aria aperta, ma erano più felici del 5,2% quando si trovavano vicino a un corpo d’acqua.

4) L’acqua ringiovanisce le menti stanche

Al giorno d’oggi, con tutta la tecnologia che ci circonda, il nostro cervello ha ancora più bisogno di ricaricarsi. Secondo Nichols, in questo nulla può superare l’acqua.

In questo caso il riferimento è a uno studio del 1995 pubblicato su Environmental Psychology, in cui si analizza il rendimento e la concentrazione di due gruppi di studenti: uno a cui erano state assegnate stanze con viste più paesaggistiche (alberi, laghi, prati) e un altro a cui erano state date stanze su vedute più urbane. Il primo gruppo non solo aveva risultati più brillanti, ma dimostrava anche una maggiore capacità di attenzione funzionale.

5) Il blu dà sollievo

A quanto pare il blu è anche il colore preferito del mondo. L’autore cita un progetto di ricerca del 2003, in cui è stato chiesto a 232 persone in tutto il mondo di indicare il proprio colore preferito. Ancora una volta, il blu.

Nichols non si mostra per niente sorpreso: siamo evoluti in un pianeta che è principalmente fatto di sfumature d’acqua e cielo blu, è comprensibile che il nostro cervello sorrida di fronte a questo spettacolo.

Fonte:

Il vostro cervello vicino all’acqua è più felice. Per 5 ragioni scientifiche | L’HuffPost (huffingtonpost.it)

Assolutamente d’accordo che mi sono trasferita al mare da cinque anni e mi sento più viva!

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La buona notizia del venerdì: Le Big Banch per cambiare punto di vista!

Si chiamano “panchinisti itineranti” e vanno a caccia di panchine giganti – o big bench – per tutto il Paese.

L’idea nasce originariamente da Chris Bangle, designer americano che insieme alla moglie Catherin ha ideato la prima Big Bench, installata a Clavesana, in provincia di Cuneo. La panchina gigante è stata poi riprodotta sempre uguale ma con colori diversi e ogni Big bench è stata collocata in punti panoramici in diverse regioni d’Italia.

L’originalità di Bangle accompagnata dalla bellezza del territorio hanno dato vita nel 2010 alla prima Big Bench che posizionò in un luogo panoramico di sua proprietà accessibile ai visitatori.

L’intenzione di Bangle è riuscire a trasmettere un messaggio positivo, di collettività, di unione e condivisione.

L’iniziativa ha lo scopo di favorire il turismo, aiutando a scoprire e condividere panorami nuovi e incantevoli fuori dai circuiti normali. Inoltre, il progetto Big Bench sostiene artigiani e comunità locali delle località in cui si trovano le panchine giganti.

Ciò che attrae delle Big Bench oltre alla notevole dimensione sono i colori brillanti ispirati alla natura. Ogni colore è legato al territorio che le ospita. Il giallo dei girasoli, il viola della lavanda, il rosso del vino, il marrone delle nocciole. Le Grandi Panchine sono tutt’uno con i colori del territorio piemontese!

Attualmente le Grandi Panchine sono 106, ogni panchina è numerata ed ha il logo della Big Banch Community-

La maggior parte sono in Piemonte , ma se ne trovano anche in altre regioni.

Pian piano il fenomeno si sta espandendo un po’ ovunque.

Le Grandi Panchine nella maggior parte dei casi, si trovano in cima alle colline, in luoghi panoramici, lontane dai centri abitati Per sapere esattamente dove si trovano si può utilizzare la App gratuita Big Banch.

Google fornisce la mappa con la geolocalizzazione in mmodo da condurvi esattamente dove si trova la panchina che volete raggiungere,

Oltre alla mappa ci sono diverse informazioni utili riguardanti il territorio dove si trova la Big Banch e il grado di difficoltà per raggiungerla. Infatti a volte occorre seguire sentieri poco praticabili, magari tra i vigneti o i campi coltivati, anche con distanze notevoli.

Le Panchine Giganti sono spesso conosciute per immagini, ma una volta che ci si siede su una di esse e si prova la sensazione di godersi la vista come se “si fosse di nuovo bambini”, si vive un’esperienza intensa, da condividere con gli altri. Le panchine sono fatte per rilassarsi, a differenza di una sedia o di una poltrona sono larghe abbastanza da accogliere uno o più amici. Sedersi su una panchina è un gesto sociale piacevole, e fare buon uso di tutta l’energia positiva che le Panchine Giganti emanano è la visione alla base del Big Bench Community Project”, spiega Chris Bangle.

Le Grandi Panchine – Dove si trovano le Big Bench? – Mai fermarsi

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La buona notizia del venerdì: una pianta in aula per ogni alunno per agire sul cambiamento climatico

Una pianta per ogni alunno, in aula. Basta questo per cambiare non solo gli ambienti della scuola ma anche la didattica, riscoprendo le competenze legate alla cura. E per agire insieme, concretamente, per fermare il disastro climatico.

«Non posso dire ai ragazzi “ti devo spiegare che il mondo sta finendo”: ti devo far fare cose che ti permettano di agire».

L’estate 2021 ce l’ha sbattuto in faccia: il cambiamento climatico è l’urgenza delle urgenze. Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale dell’Università di Firenze, è molto duro: ridurre le emissioni di CO2 è necessario ma insufficiente.

Per la salvaguardia della Terra l’unica vera soluzione è piantare mille miliardi di alberi nei prossimi cinque anni, di cui due miliardi in Italia (ma potremmo tranquillamente, secondo lui, arrivare a sei): una vasca da bagno d’altronde si svuota togliendo il tappo, non certo riducendo l’intensità del getto d’acqua. Solo così possiamo far scendere la curva dell’emissione di CO2.

E allora perché non cominciare dalla scuola? Portando nelle aule una pianta per ogni bambino e per ogni insegnante.

È questa l’idea di Beate Weyland, che insegna alla libera università di Bolzano, esperta del rapporto tra pedagogia e architettura e design.

«Portare negli spazi interni delle scuole di ogni ordine e grado una pianta per ogni bambino e una per ogni insegnante non solo per abbellire luoghi che solitamente sono tristi e disadorni, è un gesto assolutamente rivoluzionario. Ci permetterebbe per esempio di ripensare il tempo scuola in ordine al tema della cura: quanto tempo possiamo ritagliare per curare insieme le piante, che sono l’unica fonte di sopravvivenza della razza umana sulla terra? Vivere con loro, curarle, seguirle, osservarle, giocarci… significa condurre i bambini (e noi stessi) a sviluppare rapporti di prossimità con le piante. Solo così vinceremo la scommessa per il futuro»

Il progetto si chiama EDEN e da un anno la professoressa lo sta sperimentando in dodici scuole, oltre che nella sua università

.Portare le piante all’interno delle scuole rende più accoglienti e resilienti gli ambienti e offre l’occasione agli insegnanti di ragionare sull’innovazione didattica di cui tutti ora stiamo tanto parlando. È un gesto che può fare ogni singolo insegnante e permette subito di ottenere un grande beneficio perché spinge a riconfigurare la organizzazione della didattica, ad esempio per trovare il tempo per la cura. È questo che mi interessa, io sono una pedagogista, non una arredatrice di interni .

Quindi la pianta diventa il volano dell’innovazione didattica…

Più che di didattica innovativa oggi a me piace parlare di didattica orientata al potenziamento dell’individuo, al fare cultura insieme. La didattica di nuova generazione su cui tutti stiamo puntando – a volte esplorandola e a volte cristallizzandola in un metodo – è quella delle competenze globali che ci spingono a focalizzarci sull’orientamento alla domanda e ricerca, sul team building, sullo sviluppo di relazioni sane e di azioni responsabili. La scuola deve orientare la domanda e la ricerca, non più coltivare le buone risposte. Se guardiamo cento anni indietro, a Freinet o a Montessori, ma anche oggi a Lorenzoni, vediamo che nei grandi educatori queste categorie sono già tutte presenti.

Eden sta per Educational Environments with Nature. Ovviamente l’idea è quella delle scuole come nuovi paradisi, parola che rievoca un giardino domestico, non certo una giungla di natura selvaggia

L’anno scorso hanno aderito 12 scuole e ce ne sono altre 20 che vogliono partire. Ovviamente abbiamo cominciato noi: a casa io in due stanze ho 80 piante.

In università, da novembre 2020 abbiamo sviluppato una sorta di laboratorio green, chiamato GREEN SET, allestendo due aule, con cento piante per cento studenti, futuri insegnanti. Come laboratorio intendiamo aule in cui tutti i docenti e tutti gli studenti possono fare lezione, ma più piccole, generalmente destinate alle attività laboratoriali, quindi spazi che bene si prestano ai setting cooperativi. Nei mesi di chiusura le ho annaffiate io, poi con le prime riaperture due studenti hanno seguito un workshop per riprodurre le piante e così abbiamo allestito il nostro terzo laboratorio GREEN SET.

Se le piante dopo sei mesi si riproducono, tutta l’università potrebbe in poco tempo avere una pianta per ogni studente, a patto di creare gruppi di studenti che investono energia e tempo su questa cosa. Stiamo provano a capre come fare, ragionando ad esempio sulla possibilità di dare un credito a questi studenti, che fanno qualcosa che sta perfettamente dentro il Green Deal europeo.

Per saperne di più:

Una pianta per ogni alunno: dalla classe al “soggiorno educativo” – Vita.it


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Perchè siam donne: Se vuoi puoi e tutto è possibile , parola di Monica

Lei è Monica Contrafatto, caporale maggiore scelto dell’esercito, Primo Reggimento Bersaglieri, prima donna che ha ricevuto la medaglia d’oro al valore dell’Esercito.

Il 9 marzo del 2012 festeggia il suo trentunesimo compleanno e poco dopo decide di partire per la sua seconda missione in Afghanistan. L’ultima cosa che usa sono le armi, il suo unico obiettivo è cercare di aiutare.

Ma il 24 marzo sulla base italiana grandinano bombe.

Le schegge di una la colpiscono a una gamba, all’arteria femorale, all’intestino e a una mano. La gamba destra viene amputata, l’arteria femorale cambiata con la vena safena, l’intestino tolto per mezzo metro, la mano “sistemata” con un osso della gamba.

Monica è forte, supera anche un’embolia polmonare e riesce a tornare a casa.

A fine agosto a Londra si disputano le Paralimpiadi.

Davanti al televisore Monica incontra il suo destino.

L’azzurra Martina Caironi, amputata come lei a una gamba poco sopra il ginocchio, è in pista per correre i 100 metri. Il sogno diventa promessa: “Ci andrò anche io”.

Ad agosto 2016 vince la medaglia di bronzo paralimpica nei 100 metri piani categoria T42 ai Giochi Paralimpici di Rio de Janeiro e nel 2018 si aggiudica la medaglia d’oro nei 100 metri piani agli Invictus Games a Sydney. 

Alle Paralimpiadi a Tokyo Monica è impegnata sui 100 metri femminili T63 (amputate di gamba), ma non ha dimenticato la terra che le ha cambiato la vita per sempre: .

E sa già chi omaggerà in caso di vittoria: «Correrò per l’Italia, ma anche per l’Afghanistan e spero di dedicargli una medaglia»,

«Ho fatto la mia prima missione in Afghanistan tra il 2009 e il 2010, a Schindad, e non me l’aspettavo così bello – ha raccontato qualche anno fa, rivivendo la sua prima volta in quella terra -. Quando abbiamo cominciato a fare le prime uscite per fare aiuti umanitari, ho conosciuto un sacco di bambini che con poco sembrava che gli tu dessi la vita e quindi ti riempivano il cuore. Mi sono resa conto che dando poco, ho ricevuto tantissimo. Sono partita vuota e sono rientrata piena dentro»

Così il 4 settembre nella finale dei 100 metri a Tokio conquista la medaglia di bronzo. E la dedica all’Afghanistan

E sul podio dei 100 metri T63 con lei Ambra Sabatini e Martina Caironi , un podio tutto italiano !

“Ci sono tante cose belle nello sport, ma la voglia di riscattarsi per me è la migliore. Quando la vita ti toglie qualcosa lo sport te ne dà 100 in cambio e tra queste il riscatto”. 

Quando vuoi puoi e tutto è possibile! Parola di Ambra, Martina e di tutti gli atleti delle Paralimpiadi !

https://sport.sky.it/olimpiadi/paralimpiadi-2021-medaglie-italia

https://www.eurosport.it/paralimpiadi/ambra-sabatini-pieta-se-solo-sapeste-quanto-corro-forte_sto8530214/story.shtml?fbclid=IwAR3aXGa4laQpswu9IN-BZYMyBbJsVEDwkk5hfxWMKRsgxdOECdJw8hVTxGc

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La buona notizia del venerdì: I cani bagnini gli eroi dell’estate

350 cani bagnini presenti sui nostri lidi sono stati gli eroi di questa estate, con decine di vite salvate in Italia dai soccorritori a 4 zampe.


Questa estate è stata anche caratterizzata dalle notizie di i salvataggi importanti, messi in atto proprio dalle unità cinofile di salvataggio, più di 350 esemplari di cani da salvataggio in mare, presenti su una quarantina delle spiagge più frequentate del nostro paese,

E’ il primo anno che se ne sente parla così tanto e bisogna dar loro il merito di avere salvato decine di persone durante questi mesi estivi, non si tratta di semplici cani, ma sono animali addestrati con appositi corsi e certificazioni ad intervenire in caso di soccorso in mare, e proprio grazie alla loro resistenza fisica, alle abilità di nuoto e alla loro muscolatura, di riuscire a portare in salvo i bagnanti in pericolo anche in condizioni di mare o peso della persona, che un bagnino umano avrebbe più difficoltà ad affrontare,

La notizia del salvataggio più conosciuta è avvenuta a Sperlonga, località turistica in provincia di Latina, dove 3 cani di salvataggio e i bagnini hanno portato in salvo 14 persone nella prima settimana di Agosto, di cui 6 adulti e 8 bambini.

Le famiglie stavano facendo il bagno quando le onde si sono ingrossate e le 14 persone si sono trovare in difficoltà, in balia delle onde, non più in grado di tornare a riva, i tre cani di soccorso, Mira, Eros e Mya sono riuscita a concludere il salvataggio in 15 minuti.

il sindaco di Sperlonga, Armando Cusani ha commentato: “Complimenti a questi eroi a quattro zampe e ai loro conduttori per questa complessa operazione. Sono sempre più convinto che la grazie alla presenza dei cani bagnini, sia stata una scelta giusta. E questo intervento su un tratto di spiaggia particolarmente affollato lo conferma”

Altro salvataggio finito sui quotidiani nazionali questa estate è quello di un ragazza di 15 anni che ad inizio estate a Palinuro era stata trascinata al largo e travolta dalle onde e che la stavano facendo affogare, e che è stata salvata dai labrador Luna e Igor, che da anni contribuiscono al pattugliamento del litorale,

Con 350 unità cinofile addestrate e attive sulle nostre spiagge, i piccoli o grandi salvataggi e le situazioni di soccorso sono all’ordine del giorno ed è stato calcolato che sono stati decine gli interventi degli animali con altrettante persone salvate,

Diventare un cane di salvataggio non è un percorso semplice, infatti ogni animali viene addestrato per 18 mesi con un addestramento di base e poi vengono selezionati gli animali che possono effettivamente intraprendere questo percorso e passare poi agli addestramenti più intensivi per le situazioni di salvataggio più estreme,

Grazie a questo tipo di addestramento, ogni anno sempre di più, il numero dei cani di salvataggio è in aumento sui nostri litorali e sono in aumento anche le decine di persone che riescono a salvare ogni estate:

Le abilità delle scuole cinofile per il salvataggio italiane vengono guardate con interesse da tutto il mondo e proprio a Settembre arriveranno a Milano Angel e Oakley, due terranova che arrivano direttamente da Boston e che verranno addestrati dai team della scuola italiana cani da salvataggio prima di finire il loro percorso e iniziare a salvare vite sulle spiagge americane.

I cani (nella foto, Akira, Achille, Rif, Mec e Cloe in spiaggia) salvano una media di 20-30 vite all’anno, tuffandosi in mare persino dagli elicotteri.

Insomma i cani bagnini sono un’eccellenza italiana

Nella categoria dei “ cani bagnino ” rientrano le unità cinofile da salvataggio in acqua.

Si tratta di una branca della Protezione Civile nata da un’idea di Ferruccio Pilenga. In questa categoria troviamo sia i cani bagnino che i cani da salvataggio, dediti alle operazioni di soccorso in montagna o durante disastri ambientali.

Questa categoria di cani non si occupa di ricerca mediante l’olfatto, bensì prevede come obiettivo primario un atto di supporto fisico al soccorritore. Per questo, è importante che si stabilisca una forte connessione tra addestratore e cane bagnino, poiché insieme collaborano per aiutare e recuperare l’infortunato o la persona in difficoltà in acqua.

Il loro obiettivo è quello di nuotare fino al bagnante che chiede aiuto. Per poi vegliare su di lui e portarlo a riva, sia nelle brevi che nelle lunghe distanze.
Le razze più adatte a diventare cani bagnino sono il Terranova, il Labrador Retriever, il Flat-Coated Retriever, il Golden Retriever, il Cane d’acqua portoghese e il Landseer.

Inoltre, ci sono dei requisiti che il cane deve possedere, per poter diventare un cane bagnino:

  • Pesare almeno 20 kg, avere una buona resistenza e una pelliccia abbastanza spessa;
  • Essere bravo a nuotare, anche in caso di mare mosso;
  • Essere obbediente e seguire i comandi dell’addestratore.
  • Per diventare cani bagnino, quindi, ci si può rivolgere alla Scuola Italiana Cinofilia Sportiva, situata in diverse zone d’Italia, dove si può iscrivere il proprio cane ad uno dei corsi offerti.
    Tra i corsi troviamo il Salvataggio nautico operativo e il Soccorso nautico sportivo, per trasformare i nostri i cani in veri e propri eroi.

Fonte

https://www.corriere.it/buone-notizie/21_agosto_24/cani-bagnino-cosi-l-italia-fa-scuola-mondo-e8a14888-04b7-11ec-9d77-15c71dae99d1.shtml

Anche i gatti!

https://www.scienzenotizie.it/2021/08/23/inghilterra-gatto-salva-lanziana-padrona-caduta-in-un-burrone-aiutando-i-soccorritori-a-localizzarla-2547581?fbclid=IwAR0JSEjIq7MTtyVyNPTjXhHIIqHdcznebX9U8SulUYy0eQXvcpxf3lTL6G8

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Perchè siam donne:Nella scuola montessoriana di Kabul Jamila, Fatima,Razia e Basira insegnano pace e convivenza per resistere alla guerra senza fine

I bambini dell’orfanotrofio “House of Flowers” di Kabul..Seguono la filosofia pedagogica di Maria Montessori, con un set di materiali e un approccio inesistenti nella scuola pubblica del Paese stravolto da 19 anni di conflitto, provando a costruire un futuro diverso

Seduti comodi sul tappeto o sulle sedie, accostate ai tavolini alla loro altezza, i bambini e le bambine della “House of Flowers” cantano la stessa canzoncina in quattro lingue diverse: dari e pashto, le due ufficiali dell’Afghanistan, ma anche inglese e tedesco. “E perché no? -dice la maestra Fatima– Ne impariamo una anche in italiano”. Fatima seduta tra loro ripete le strofe e il ritornello ad alta voce. Insieme provano a ricomporre le frasi della canzone nei due diversi alfabeti, con lettere costruite da loro in legno o disegnate e dipinte su carta.

Alla “House of Flowers” i bambini sono gli unici orfani afghani a poter studiare seguendo la filosofia pedagogica di apprendimento che ha reso la Montessori famosa in tutto il mondo. Un set di materiali e un approccio inesistenti nella scuola pubblica afghana, che però devono obbligatoriamente frequentare. “House of Flowers” è stata fondata nel 2002 a Kabul, la capitale del Paese, da una organizzazione canadese di nome MEPO (Medical, Educational and Peace Organization). La coordinatrice, Allison Lide, per anni ha vissuto in Afghanistan, dopo aver studiato il metodo Montessori a Bergamo. È stata lei per diversi anni a formare le docenti afghane. Ma ormai da tempo sono autonome: le insegnanti, due su tre alunne della stessa Allison, si aggiornano in continuazione e hanno anche tradotto dall’inglese al dari e pashto i libri che lei aveva lasciato loro.

Fatima, dopo la fine del canto multilingue, precisa: “Purtroppo a Kabul le ore di scuola pubblica sono solo tre al giorno e vanno in turni diversi a secondo delle età”. Dopo quasi 19 anni dall’occupazione americana del 2001 e una guerra permanente coi Talebani che avevano limitato fortemente durante il loro dominio l’accesso all’educazione scolastica, molte scuole di Kabul e altrove non sono dotate di un numero sufficiente di aule e di insegnanti. Ogni classe dei cicli primario e secondario è formata da circa 40 studenti, con tre turni da tre ore. I bambini della scuola primaria studiano solo lingua, matematica e religione, mentre i più grandi sei materie (incluse scienza, geografia e studi sociali) spalmate in quelle poche ore. Questo sistema rende assai complicato l’apprendimento in classi affollate e con orari non adatti ai bambini. All’orfanotrofio “House of Flowers” le docenti del metodo Montessori completano con altre tre ore l’insegnamento monco della scuola pubblica, ma di fatto lo stravolgono ed arricchiscono. A loro il doppio compito di insegnare col metodo Montessori quello che troverebbero nei curricula ministeriali e la vera sfida: curare quest’infanzia spezzata dal conflitto senza fine. Nella serenità della classe sembra lontano il tempo di violenza che ognuno di loro ha vissuto.

Il principio di insegnamento montessoriano privilegia il lavoro manuale: è attraverso l’utilizzo delle mani (Montessori parla della “intelligenza delle mani”) che la sfera intellettuale si attiva. I bambini all’interno della “House of Flowers” sono lasciati liberi tra una lezione e l’altra per pensare e giocare, non hanno i rigidi

La maestra Fatima insegna la lingua tedesca, e questo è pensato specialmente per i bambini che un giorno potrebbero avere una chance in più, ma soprattutto perché “l’inglese è obbligatorio, una lingua straniera diversa apre ancora di più le loro menti. Ed è la lingua che io ho studiato e amato, voglio trasmetterla”.

Razia, una delle bambine orfane di “House of Flowers”, è oggi una delle insegnanti montessoriane. Anche lei, a quasi 18 anni ha dovuto lasciare l’orfanotrofio: mentre studiava per gli esami all’Università si è formata come insegnante Montessori. Ora ha 24 anni e continua a sentire casa quel luogo dove da bambina si è ritrovata senza famiglia. “Ho passato l’intera mia infanzia qui, ma non sapevo che ci sarei rimasta pure per la mia giovinezza e in età adulta, con un lavoro che mi rende felice”, esclama Razia. “Quello che provano i bambini l’ho vissuto sulla mia pelle. Alla scuola pubblica molti bimbi parlano di mamma e papà e tu ti senti smarrito. Ma anche grazie alla cura del metodo Montessori, ho superato e sono pronta ad abbracciare questi bambini ogni giorno”.

La terza insegnante, Basira, ha invece una storia più fortunata e ha fatto dei bambini orfani della “House of Flowers” i suoi figli. “Quando mi sono sposata, li ho invitati tutti al mio matrimonio”, racconta con un gran sorriso. “Per loro è stata una bellissima occasione di festa, siamo come le loro madri, come dei genitori, non potevano mancare al mio matrimonio”. I bambini per l’occasione hanno organizzato un gioco e disegnato, e si sono poi lasciati mascherare con l’henna tradizionale, che adorna invitati e invitate alle nozze afghane. Oltre al momento eccezionale di festa, i bambini trascorrono con le tre insegnanti diversi momenti di convivialità quotidiana: il pranzo, ma anche l’ora di pausa in giardino. Spesso si unisce anche la direttrice. Lei e una delle insegnanti portano alla “House of Flowers” anche i loro figli piccoli. Per Fatima e Basira, invece, la più grande soddisfazione è poter supportare economicamente la famiglia con il loro lavoro. Un circolo virtuoso beneficia gli orfani che apprendono e le donne che insegnano.

I bambini sono lasciati liberi tra una lezione e l’altra per pensare e giocare, non hanno i rigidi orari degli altri orfanotrofi del Paese

“La ricchezza di questo orfanotrofio e di molti altri è che ci sono tantissimi gruppi etnici diversi che rappresentano tutto l’Afghanistan”, dice la direttrice Jamila. “Alcuni dei bambini dalla provincia del Nuristan parlavano solo la loro lingua locale ed è stato qua che hanno imparato le due lingue ufficiali dell’Afghanistan, il dari e il pashto”, continua Fatima.

Questa miscela di hazarapashtotagikibalucinur e altri permette alle insegnanti di lavorare sulla bellezza della diversità e sulla convivenza pacifica. Ed infine, le uscite in città, una decisione non indifferente sapendo che in ogni momento un’esplosione può rovinare non la giornata ma la vita intera. Le uscite fanno parte del metodo: prendere contatto e orientarsi nel mondo esterno, sentirsi parte di una comunità più grande che è la società, conoscere diritti e doveri.

Il Garden of Flowers, realtà unica e multietnica nel Paese ispirata alla pedagogista italiana, ha chiuso. Le insegnanti sono tornate a casa e hanno cancellato dal telefono i loro contatti occidentali. “Se non ci faranno riaprire abbiamo un Piano B” dicono: “Come tra il 1996 e il 2001 faremo scuola a casa”

Nella scuola montessoriana di Kabul, dove si insegnano pace e convivenza per resistere alla guerra senza fine (altreconomia.it)