* La buona notizia del venerdì; il pronto soccorso poetico aiuta più di qualsiasi farmaco, è nata l” Emergency poet” che prescrive “poemcetamols”

E’ una scrittrice, una poetessa e un po’ dottoressa e con la sua ambulanza degli anni ’70 percorre da nord a sud le strade della Gran Bretagna prescrivendo ai suoi pazienti delle poesie contro il male di vivere.

Deborah Alma, ascolta i suoi pazienti, che sono circa duemila ogni anno, e prescrive loro medicine per l’anima attraverso le sue poesie; il suo Pronto soccorso poetico aiuta più di molti farmaci, e quando parcheggia la sua ambulanza c’è la fila nella “tenda d’aspetto” per alcuni dei suoi versi.

I bambini possono scrivere sulle lavagne e se non si ha il tempo per un consulto un’”infermiera” può dare loro del “poemcetamols” una sorta di paracetamolo poetico, che cura un po’ tutti i mali, si tratta di pillole di poesia, da prendersi con calma, durante un momento di relax e pace.

Deborah Alma ha rilasciato un’intervista a La Stampa spiegando il suo lavoro:

Fin da bambina volevo fare la scrittrice. Quando mi sono trovata a dover crescere due figli da single, con pochissimo tempo a disposizione, mi sono avvicinata alla poesia perché mi permetteva di essere immediata, di creare qualcosa negli spazi ridotti che avevo per me. 

Con la scrittura ho poi lavorato sia con persone affette da demenza senile e sia con i bambini nelle scuole primarie: nel constatare quotidianamente il benessere che possono dare le parole giuste dette o lette al momento giusto è nata l’idea della «Emergency poet»”. 

La dottoressa scrittrice fa accomodare i suoi pazienti, con i quali parla a lungo per scoprire i loro punti caldi:

Formulo domande in grado di evocare zone belle e tranquille della mente. Citando il poeta irlandese Yeats, per esempio, chiedo di descrivermi la stanza ideale per quando saranno “vecchi, grigi, sonnolenti, col capo tentennante accanto al fuoco”, entrando in empatia con loro e offrendo così un canale per sognare e aprirsi senza inibizioni. In questo confronto faccio una sorta di radiografia di chi ho davanti a me: chi è, cosa pensa, quali sono le sue abitudini, cosa lo rende felice e infelice, quanto è abituato a rilassarsi o a prendersi cura di sé. Poi, una volta individuati i sintomi, cerco la poesia più adatta tra le oltre 300 che conservo nel mio archivio”

Deborah prescrive poesie per ogni male e secondo lei ci sono poesie adatte per ogni sintomo, per esempio il mal d’amore è curabile con “Amore dopo amore” di Derek Walcott…

Amore dopo amore ❣

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola. 

Mentre contro lo stress Deborah consiglia “Poscritto” di Séamus Heaney

Poscritto ❡

E trovare il tempo a volte di andare in auto a Ovest,
Nel Clare, lungo la Flaggy Shore,
A settembre oppure ottobre, quando il vento
E la luce si contrastano
Così che da una parte l’oceano è pazzo
Di schiuma e di bagliori, mentre all’interno tra le pietre
La superficie di un lago grigio ardesia è illuminata
Dal lampo terreno di uno stormo di cigni
Le piume arruffate e mosse, bianco su bianco
Le teste adulte e testarde
Chine o affioranti o indaffarate sott’acqua.
Inutile pensare di parcheggiare e di afferrarlo
Meglio. Non sei né qui né là,
Nel premere e passare di cose estranee e note
Mentre soffici e forti raffiche prendono l’auto di traverso
E colgono il cuore alla sprovvista, e lo spalancano.

E per chi ha perso una persona cara niente è meglio di “Oche selvatiche” di Mary Oliver.

Oche selvatiche❞

Non devi essere buono.
Non devi camminare sulle ginocchia
per un centinaio di miglia attraverso il deserto del pentimento.
Devi solo lasciare che l’animale tenero del tuo corpo
ami ciò che ama.
Parlami di disperazione, la tua, e ti dirò la mia.
Nel frattempo il mondo va avanti.
Nel frattempo il sole e i chiari cristalli della pioggia
si muovono attraverso i paesaggi,
sulle praterie e le distese di alberi,
le montagne e i fiumi.
Intanto le oche selvatiche, alte nell’aria blu e tersa,
ancora una volta fanno ritorno a casa.
Chiunque tu sia, non importa quanto solo,
il mondo si offre alla tua immaginazione,
ti chiama come le oche selvatiche, severe ed emozionanti
ripetutamente annunciando il tuo posto
nella famiglia delle cose. 

Se invece avete bisogno di un buon ricostituente allora vi prescriverà “Agio” di William Henry Davies

Agio ❢

Cos’è questa vita se, pieni di preoccupazioni,
Non abbiamo il tempo di fermarci ad osservare.
Non il tempo di fermarci sotto i rami
Ed osservare a lungo come le pecore o le mucche.
Non il tempo di vedere, quando passiamo nei boschi,
Dove gli scoiattoli nascondono le noccioline nell’erba.
Non il tempo di vedere, alla luce del giorno,
Ruscelli pieni di stelle come cieli di notte.
Non il tempo di volgere lo sguardo alla bellezza
Ed osservare i suoi piedi danzare.
Non il tempo di spettare che la sua bocca arricchisca
Il sorriso che i suoi occhi hanno cominciato.
Povera vita è mai questa se, piena di preoccupazioni,
Non abbiamo il tempo di fermarci ad osservare.

Deborah racconta che i suoi pazienti troppo spesso sono afflitti da solitudine, hanno bisogno di qualcuno con cui confidarsi, di cui fidarsi e a cui affidarsi, le sue cure funzionano bene perchè spezzano la frenesia, la freddezza della vita moderna, le poesie che prescrive vanno “prese” seguendo una sorte di rituale, 10 minuti di pausa, 10 minuti per staccare la spina, nel silenzio o nella natura, accompagnati da suoni rilassanti o suoni naturali, profumi di bosco o di prati fioriti, luci soffuse ma chiare che armonizzino l’anima.

Nel suo viaggio lungo le strade britanniche è accompagnata dal marito Jamesun “poemedic”, poeta di professione e medico dell’anima per passione, l’aiuta con la tenda d’aspetto e la sprona nel suo progetto.

Molte persone cambiano umore dopo una seduta con Deborah, è incredibile il potere di una poesia,

basta poco per sentirsi meglio, in pace con se stessi e con gli altri e soprattutto alleggeriti dal peso della vita.

 

http://www.eticamente.net/44572/pronto-soccorso-poetico-come-ti-curo-con-una-poesia.html?refresh_ce

*La buona notizia del venerdì: L’uragano Irma ha risparmiato i gatti di Hemingway, in salvo grazie alla manager

Hanno rischiato grosso i 54 gatti che vivono nella casa-museo di Hemingway.

L’uragano Irma, che ha causato grandi devastazioni in Florida, ha risparmiato la dimora storica dello scrittore americano, a Key West.

L’uragano Irma ha causato danni minori, lasciando la casa senza elettricità, acqua corrente e servizio internet.

Ma i gatti stanno tutti bene!

Jacque Sands si è rifiutata di abbandonare casa e gatti.

Insieme ad altri nove dipendenti ha vissuto la furia dell’uragano all’interno del museo di Key West, che gestisce da diversi anni.

A niente è valso l’appello della nipote di Hemingway.

La general manager della casa-museo dello scrittore a Key West in Florida, ha scelto i gatti e il suo lavoro. Si è barricata al 907 di Whitehead Street insieme al custode e ad altri impiegati in attesa che l’uragano si placasse. E in mezzo a tanta distruzione, da Barbuda a Tampa, la buona notizia è che animali e casa sono stati risparmiati.


Quando la scorsa settimana l’uragano ha cominciato a rafforzarsi e ad avvicinarsi alla Florida, è stato diramato l’ordine di evacuazione da tutte le isole Keys. Jacque Sands si è rifiutata di obbedire: “Ho il dovere di avere cura di questo luogo – ha dichiarato – nonostante lrma”. Inutile sottolineare l’agitazione ma anche il plauso di tutti gli amanti degli animali.
Mariel Hemingway, nipote di Ernest, ha lanciato pubblicamento un appello a Sands, attraverso un video diffuso dal sito di gossip Tmz: “Credo che lei sia una persona incredibile e le sue intenzioni ammirevoli. Ma questo uragano è terrificante e pericoloso. Salga sulla macchina con i gatti e si metta in salvo”.

Caparbia e ligia, Jacque è rimasta. E ha poi raccontato di non aver faticato molto a radunare i mici per metterli al sicuro. Grazie al loro leggendario carattere, l’intuito li aveva già allertati: “Quando è arrivata l’ora abbiamo iniziato a cercarli per raggrupparli. Non ce n’è stato bisogno. Sono rientrati a casa tutti insieme spontaneamente come se avessero già capito che era ora di mettersi al riparo”.

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La casa in cui abitò Hemingway insieme alla sua seconda moglie, Pauline Pfeiffer, venne costruita nel 1851 e acquistata dallo scrittore nel 1931. Vi rimase fino al 1940, anno in cui divorziò da Pauline a cui rimase l’abitazione, e si trasferì a Cuba con la sua terza moglie, Martha Gellhorndal.

La sua passione per i felini era incondizionata e in un qualche modo anche in contraddizione con la sua smodata attrazione per la caccia grossa e la corrida. Tante le immagini che lo ritraggono accanto a carcasse di rinoceronti, orici, leoni e bufali, cacciati nelle “Verdi colline d’Africa” in Tanzania, vicino a Lake Manyara.

I gatti sono spesso presenti nelle sue pagine.

Thomas Hudson, uno dei protagonisti del suo romanzo: “Isole nella Corrente”, fu descritto proprio attraverso il rapporto col gatto: “Aveva il gatto allungato sul petto e tirò una leggera coperta su tutti e due e aprì e lesse le lettere e bevve a piccoli sorsi un bicchiere di whisky annacquato che tra un sorso e l’altro rimetteva per terra…Il gatto faceva le fusa, ma lui non lo sentiva perché le fusa del gatto erano mute, e allora lui teneva una lettera in mano e toccava la gola del gatto con un dito dell’altra.”


Hemingway ne lodava caratteristiche e identità: “Ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all’uomo: attraversare la vita senza fare rumore. I gatti dimostrano di avere un’assoluta onestà emotiva.”

http://gattissimi.com/2017/09/12/luragano-irma-risparmia-gatti-hemingway/

http://www.repubblica.it/esteri/2017/09/12/news/florida_risparmiata_la_casa_di_hemingway_e_i_gatti_sono_salvi-175251893/

leggi anche:

https://lauracarpi.wordpress.com/2015/05/05/i-gatti-di-ernest/

* La buona notizia del venerdì: Oscar 2018, è “A Ciambra” di Jonas Carpignano il film italiano candidato

Perchè questa notizia è una buona notizia?

Io sono l’orgogliosissima zia di tanto nipote!

Colpita al cuore fin dal suo primo cortometraggio “ A Chiana” ,vincitore al Festival di Venezia nel 2011, che un “ ragazzino “ fosse così capace di suscitare attraverso le immagini emozioni così profonde e con una tecnica sfacciatamente matura e distaccata.

Trascinata dalla sua passione con Mediterranea”, poi l’altro cortometraggio “A Chambra”e ora questo film, sempre più colpita dalla sua determinazione,dalle sue straordinarie capacità di concentrazione per raggiungere i suoi obbiettivi…tale e quale a suo nonno ( qualche lacrimuccia di commozione ci sta bene eh!)

Di premio in premio fino a questo meritatissimo riconoscimento.

In questo film non c’è lo spettatore che può apprezzare o no la visione dell’autore: lo spettatore è la visione, è l’essere umano che vive la stessa umanità di ogni essere umano. Non c’è giudizio,non c’è diversità,non c’è compiacimento.

Non c’è il là fuori. E’ la Vita, è vivere e basta, in quell’ordine incantato e vero del mondo. Oltre il tempo.

Da vedere per aprire gli occhi. Per cambiare punto di vista. Per cambiare il mondo.

Tra le tante ho scelto questa intervista che mi è apparsa la più vicina al suo intendere la vita e il suo lavoro futuro.

Il film di Jonas Carpignano, ambientato nella comunità Rom di Gioia Tauro, è stato designato dalla commissione dell’Anica a rappresentare l’Italia nella corsa al miglior film in lingua non inglese agli Oscar 2018.

Tra i suoi produttori un “padrino” come Martin Scorsese

Nato a New York da madre afroamericana con origini caraibiche e padre torinese vissuto per molti anni a Roma, Jonas Carpignano è cresciuto muovendosi tra la Grande Mela e la provincia della capitale italiana ,Monte Porzio Catone, nella villa del nonno,pluripremiato documentarista e inventore tra l’altro di Carosello, e con una biblioteca di più di trecento volumi di storia del cinema, ora alla Biblioteca Cineteca di Bologna.

Jonas oggi è considerato uno dei più promettenti talenti cinematografici emergenti a livello internazionale.

Dopo l’esordio nel 2015 con Mediterranea, in cui raccontava il viaggio di due migranti dal Burkina Faso a Rosarno, distribuito solo recentemente in Italia ma che ha avuto un’ottima accoglienza all’estero e in particolare negli Stati Uniti, il 33enne cineasta italoamericano è nelle sale in questi giorni con la sua seconda opera “A Ciambra”, presentata con notevole successo allo scorso Festival di Cannes ,dove s’è aggiudicato il primo posto Europa Cinemas Label destinato a un film europeo in cartellone alla Quinzaine des Réalisateurs.

In questo stimolante spaccato della comunità stanziale romena di Gioia Tauro che prende vita attraverso gli occhi del quattordicenne Pio Amato, Jonas Carpignano conferma la tensione verso un cinema di finzione dalla forte impronta realista che non rinuncia alla costante ricerca di uno sguardo cinematografico potente e raffinato. D’altronde, non è certo un caso che il suo talento sia stato riconosciuto da Martin Scorsese, tra i produttori esecutivi di A Ciambra.

Con Jonas, che vive da anni a Gioia a stretto contatto con i protagonisti dei suoi film, abbiamo avuto l’opportunità di parlare a lungo di influenze cinematografiche, prossimi progetti e, soprattutto, del suo peculiare modo di intendere e di vivere il cinema.

* Come sei entrato in contatto con un autore del calibro di Martin Scorsese e qual è stato il suo contributo a livello creativo?

Alcune persone che lavorano con Scorsese, tra cui il suo agente e la sua produttrice, sono sempre alla ricerca di progetti per aiutare i registi emergenti. Alcuni co-finanziatori di questo fondo avrebbero già voluto investire in Mediterranea e dopo averlo visto mi hanno subito comunicato l’intenzione di collaborare con me al secondo film. Per me si è trattato di un sogno e il ruolo di Scorsese è stato molto importante per trovare il giusto equilibrio tra i momenti più narrativi del film e quelli in cui senti di stare vivendo a contatto con Pio e la sua famiglia. Mi ha fatto capire quali erano i momenti più forti e quali i più ripetitivi, sacrificabili in fase di montaggio. Insieme abbiamo ad esempio lavorato molto alla scena della cena, che per lui doveva essere mantenuta senza tagliarla più di tanto in quanto fondamentale per capire i rapporti all’interno della famiglia Amato e i motivi per cui Pio non potrà mai uscire dal suo mondo.

*Qual è il cinema a cui ti senti più vicino e quali sono i tuoi punti di riferimento?

Come per la mia storia personale sono legato a più culture, così mi sento vicino a tipi di cinema anche molto diversi tra loro. Non sono uno alla Spielberg che ha sempre saputo di voler fare il regista, ma quello del cinema fin da piccolo l’ho sentito un mondo non lontano da me, anche grazie al rapporto con mio nonno, che ha lavorato molti anni per Carosello ed era sposato con la sorella di Luciano Emmer. Lui mi ha fatto conoscere le opere di Visconti e Bertolucci, due miei grandi punti di riferimento insieme a Rossellini e De Sica. Però sento presente in modo forte anche il cinema americano degli anni Settanta e Novanta, di cui mi nutrivo quando andavo con gli amici nelle sale del Bronx a guardare i film di registi come lo stesso Scorsese, Altman o Coppola.


* Per quanto riguarda invece i cineasti più contemporanei?

Tra gli italiani sicuramente c’è Alice Rohrwacher, che conosco bene. Stimo tutto quello che fa e mi dà sempre una mano quando mi serve. Adoro poi tutti i lavori di Andrea Arnold, la regista britannica di American Honey e Fish Tank. Tra gli americani, invece, ammiro molto Benh Zeitlin, un carissimo amico che per me è stato sempre come un fratello maggiore. Lavorando con lui in Re della terra selvaggia ho imparato che non c’è necessariamente bisogno di fare un film con una struttura cinematografica tradizionale e solida, ma che è possibile adattare la narrazione ai ritmi del luogo in cui si gira. Passare da assistente di Spike Lee in Miracolo a Sant’Anna al film di Benh mi ha arricchito molto, dandomi la possibilità di toccare con mano due modi di fare cinema assai differenti. Personalmente tento di rimanere fedele a me stesso, seguendo l’influenza del cinema che amo e con cui sono cresciuto. Non riuscirei mai a fare, ad esempio, un cinema asciutto come quello dei Dardenne, che non ha quei momenti surreali e musicali che a me invece interessano molto.

* L’uso delle musiche in effetti è molto importante nei tuoi film. In Mediterranea, e ancora di più in A Ciambra, sottolineano i momenti di maggiore intensità emotiva dei protagonisti.

Parto sempre dal presupposto di voler inquadrare i miei personaggi in maniera diversa rispetto a come siamo abituati nel cinema europeo di stampo realista o nei telegiornali. Se si vuole aderire davvero al loro punto di vista e vedere il mondo con i loro occhi è importante cogliere non solo i momenti più drammatici ma anche quelli più leggeri e spensierati, che ci permettono di non perdere delle importanti sfumature della loro esistenza e che spesso sono accompagnati proprio dall’ascolto della musica. Anche per le persone che vivono nelle circostanze più pesanti, la vita non è mai solo una tragedia. Inoltre, la musica pop presente in A Ciambra ci fa sentire queste persone più vicine a noi, dato che è un tipo di musica conosciuta da tutti i ragazzi italiani, da Milano a Gioia Tauro. La componente musicale unisce e permette al pubblico di sentirsi sulla stessa lunghezza d’onda emotiva dei personaggi.

* Del tuo cinema colpisce molto la capacità di proporre uno sguardo che osserva senza giudicare, oggettivo ma non per questo freddo o distante.

L’idea di fondo alla base del mio cinema è proprio questa: mostrare la vita di alcune persone senza giudicarle. Giudicare è una cosa che non faccio mai e questo si riflette in maniera naturale nel mio modo di intendere il cinema. Ciò che mi interessa davvero è entrare nei mondi che voglio raccontare senza porre un filtro tra pubblico e personaggi, rimanendo il più possibile fedele al loro sguardo. Per questo cerco sempre di evitare di contestualizzare troppo: Pio in A Ciambra non si ferma ad ammirare il mare o non si meraviglia delle cose brutte che lo circondano. Se il contesto per lui non è importante perché lo dà per scontato, allora per me non ha senso soffermarmici. Anche perché nel momento in cui cerchi di dare una visione che va oltre il punto di vista del protagonista, inevitabilmente anteponi una tua opinione e inizi a giudicare. In A Ciambra, così come in Mediterranea, non si ha tempo per giudicare perché si è immersi nel punto di vista dei protagonisti.

* Pensi di continuare a vivere a Gioia Tauro lavorando nella direzione di questa tua poetica o ti dedicherai a qualcosa di diverso?

Negli anni ho imparato che per me è essenziale lasciare spazio alla curiosità. Se ci sarà qualcosa in futuro che mi stimolerà cercherò di analizzarla e di spostarmi per farne un film. Forse un giorno un parente di mia madre dei Caraibi mi inviterà nelle Barbados e lì troverò qualcosa che vorrò raccontare. Tutto è possibile nella vita. Detto questo, ora come ora a Gioia Tauro sto molto bene perché ho il tempo di guardare tanti film, leggere libri e ho gli stimoli giusti per continuare a fare il mio lavoro. Se abitassi Roma o New York non troverei tutto questo tempo da dedicare al cinema. In questo momento ad esempio sto scrivendo il mio nuovo film, che sarà ambientato sempre a Gioia Tauro ma racconterà una realtà diversa, quella di una ragazza italiana che vive nel centro storico insieme alla famiglia e deve decidere se rimanere a Gioia o partire. Questa famiglia la conosco da anni, ma nei prossimi mesi cercherò di stare ancora di più con loro per approfondirne ulteriormente la storia.

 

 

 

 

 

http://www.fabriqueducinema.com/cinema/interviste/talento-piace-scorsese-jonas-carpignano-ciambra/

http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2017/09/26/news/candidato_italiano_all_oscar-176527846/

http://www.cinematografo.it/news/ciambra-vince-alla-quinzaine/

http://www.cinematografo.it/news/ciambra-arriva-sala/

http://www.cinematografo.it/recensioni/mediterranea/

http://www.cinematografo.it/news/uscita-mediterranea/

* La buona notizia del venerdì: le buone notizie del Corriere della Sera

Nasce “Buone notizie”, il settimanale del Corriere della Sera dedicato alle storie che finiscono bene

E’ in edicola gratuitamente ogni martedì a partire dal 19 settembre, per raccontare i fatti di quel pezzo di mondo, di economia e di persone che è il bicchiere mezzo pieno del pianeta Terra.

Circa duemila». «No, ventimila». «No, se si conta tutto sono più di centomila».

Ecco. Quando è venuto il momento anche solo di contarle per cominciare a raccontarle, le imprese sociali, in redazione è andata avanti così per giorni.

Imprese sociali, coop sociali, e poi tutto il resto che magari non corrisponde a una definizione ufficiale ma che comunque fa quello: riesce a combinare profitto e solidarietà, ambiente e lavoro, per dire.

E poi 6 milioni e mezzo (almeno) di volontari, e persone, e gruppi, che il profitto proprio non lo calcolano ma sono lì ogni giorno a fare qualcosa per qualcun altro, sempre e senza riflettori, anche quando non c’è un terremoto a farli finire sui giornali.

È un bel pezzo d’Italia, ma vale per il mondo.

Quel pezzo di mondo, di economia e di persone che è il bicchiere mezzo pieno del pianeta Terra e che un bel giorno ha fatto saltar fuori questa domanda: ma perché di tutti quelli che fanno qualcosa di buono si deve parlare solo quando uno di loro viene beccato a rubare?

In fondo è semplicemente da questa osservazione che è nato Buone notizie – L’impresa del bene.

Naturalmente conterrà tante di quelle che in gergo giornalistico si chiamano “storie”, perché la realtà si racconta soprattutto con quelle: di persone, di aziende, di imprese.

Ma sarà diviso in sezioni secondo lo schema del quotidiano, con le pagine di inchiesta, gli approfondimenti, ovviamente un sito online, un grande spazio ai contributi dei lettori, e in particolare diverse pagine di servizio sui bandi, gli appuntamenti, gli eventi, per aiutare anche le migliaia di associazioni magari armate di ottima volontà ma più inesperte di altre a districarsi in un settore – il famoso Terzo settore – talvolta così effettivamente complicato che la riforma per mettervi ordine, divenuta legge proprio quest’anno, è stata forse una delle più massicce mai andate in porto nell’intera Seconda Repubblica.

A dirigere Buone notizie sarà Elisabetta Soglio e la redazione sarà sostenuta da un comitato scientifico esterno e indipendente di esperti, uno per tutti l’economista Stefano Zamagni, già presidente dell’Agenzia per il Terzo settore.

A scirvere e firmare il settimanale sarà l’intera redazione del Corriere.

 

R. – “Buone Notizie – L’impresa del bene”, settimanale che sarà allegato gratuitamente al Corriere della Sera ogni martedì, nasceva dall’esigenza di andare incontro a una richiesta specifica dei lettori, che spesso ci chiedono di raccontare anche belle storie.

Perché in fondo è un modo anche per dare una rappresentazione più completa della realtà. Infatti, se è vero che ci sono disastri, tragedie e problemi, nel quotidiano e nel mondo, è anche vero che ci sono grandi forze ed energie che è nostro dovere di giornalisti valorizzare.

Lo scopo è in qualche modo duplice: vorremmo essere piattaforma per il Terzo settore, ma vorremmo anche poter fare un po’ da cassa di risonanza e microfono a esperienze positive: non per l’effetto buonismo, ma si tratta proprio di un tentativo per dare voce alle realtà positive che ci sono e sono anche vicine a noi, perché le sperimentiamo e le vediamo ogni giorno.

D. – Che cosa verrà affrontato in queste pagine? Di quali argomenti si parlerà?

R. – Il volontariato è sicuramente stata per noi la molla che ci ha convinto della bontà di questa idea, perché comunque le esperienze di volontariato sono ormai molto diffuse. In realtà poi nell’inserto avremo quattro sezioni.

La prima sezione si chiama: Non siamo soli, ed è dedicata soprattutto alle storie, i personaggi e le interviste.

La seconda sezione è “Area di servizioe vuole andare più nell’indirizzo dell’utilità per gli enti del Terzo settore: ci saranno due pagine di servizio con una spiegazione, ogni settimana, di due bandi con una guida su come compilarli, preparata da una professionista di questo settore, e una pagina di appuntamenti.

La terza sezione si chiama: L’altra impresa”, perché raccontiamo anche un altro modo di fare impresa: le aziende hanno rami di Csr (Corporate Social Responsibility – Responsabilità sociale aziendale) molto avanzati. Racconteremo anche queste esperienze.

L’ultima sezione – “Controcorrente” – è la parte di inchieste: partiamo con quattro puntate sulla riforma del Terzo settore; e finiremo con due pagine di dialoghi social perché parte anche il nuovo canale “Buone notizie – l’impresa del bene”: un canale web sul sito di Corriere.it.

D. – Si è sempre detto che una cattiva notizia è una buona notizia: si va cioè alla ricerca di scandali, tragedie… La gente ha bisogno, vuole buone notizie?

R. – Da questo punto di vista, è probabilmente anche una scommessa sia giornalistica sia editoriale.

Lei ha ragione: si dice che le buone notizie non fanno vendere. La sensazione che invece abbiamo noi è esattamente l’opposto, cioè che le persone siano alla ricerca anche di esempi positivi. Tanti di noi hanno voglia di non arrendersi e hanno quindi bisogno di trovare e dare radice alla loro speranza.

E noi vorremmo poter raccontare tutta l’energia, la passione, ma anche la competenza: questi sono i tre termini che, secondo me, meglio descrivono questo mondo.

C’è bisogno allora di raccontarli perché possono essere motivo di speranza ed esempio per altre persone.

E di esempio!

http://www.corriere.it/cronache/17_settembre_13/buone-notizie-volontari-imprese-sociali-cosi-corriere-racconta-bene-6d9c5270-9816-11e7-8ca4-27e7bbee7bdd.shtml

BRAVI! ERA ORA!!!!!

 

* La buona notizia del venerdì: Così si cambia “ la scuola dei bulli”

L’anno scolastico si è inaugurato in una scuola che un anno fa era data per spacciata.

Alla media Drovetti di via Bardonecchia, a Torino ,anche la sindaca a salutarne la rinascita.

Ora si caratterizzerà per didattica innovativa, aule per discipline, ragazzi e docenti in movimento.

E sarà Centro civico aperto al territorio.  

La Drovetti, la media di Borgo San Paolo, era da anni «la scuola dei bulli»: per un eccesso di accondiscendenza nei confronti di ragazzi difficili, atteggiamenti arroganti e violenti erano dilagati.

E la fuga era stata generale: lo scorso anno non si era arrivati formare neppure una prima.

Ma il destino nell’estate del 2016 ha fatto incontrare la Drovetti con Maria Teresa Furci, preside alla media Antonelli, madre di quattro figli, vincitrice del concorso del 2011 dopo essere stata per vent’anni insegnante di violino alle medie di Vibo Valentia, città che ha lasciato scegliendo Torino.

«Sono andata alla Drovetti – racconta – per gli esami di terza media e allora, pur rendendomi conto delle difficoltà, ho visto le potenzialità di sviluppo. In primo luogo, il quartiere, poi la grande capacità di accoglienza di alcuni insegnanti, il desiderio di riscatto». La scuola era rimasta senza dirigente e lei l’ha chiesta in reggenza.

Da quel momento non ha smesso di lavorare per invertire la rotta.  

«C’erano tante cose da mettere a posto. La Drovetti fa parte dell’Istituto comprensivo di corso Racconigi e nella sede di via Luserna c’erano problemi di sicurezza. Per questa ragione la media, che doveva essere trasferita là, è rimasta dov’era. Circostanze negative alla fine hanno portato una soluzione positiva».

Già, ma i bulli? «Nessun pregiudizio, poi la facilità è venuta dal trovare ben poco della vecchia scuola. Gli alunni erano pochi, è stato facile riportarli al rispetto delle regole...».

Il ricordo va al primo giorno dello scorso anno, all’eccesso di rossetto sulle labbra delle ragazze, alle canottiere dei ragazzi, a certi sguardi. «Ho fatto leggere agli studenti il patto di corresponsabilità». Poi, niente pietismi, rispetto dei ruoli e partecipazione delle famiglie. «Il “ridimensionamento” si è percepito quel giorno stesso».

Con gli insegnanti storici, i neoassunti e con le possibilità date dall’indirizzo musicale, la scuola ha dato il via a un progetto di continuità con la scuola primaria di musica, arte e inglese. «Si è stabilito così un forte legame tra media e primaria. Abbiamo dato vita al coro che si è esibito in tante occasioni con l’orchestra delle medie. Nelle famiglie della primaria è nata la fiducia, hanno visto da vicino che sono ragazzi come tutti».

Una convinzione che non l’abbandona mai. 

In febbraio le iscrizioni sono arrivate: 52. Due prime, un successo.

Ma prima, la preside violinista aveva tessuto anche una rete di contatti fondamentali, sostenuta dal direttore regionale del Miur, Manca. «Avevo scritto alla sindaca, visto il suo impegno per i quartieri in campagna elettorale. Ho contattato la Circoscrizione.

Nel complesso della Drovetti c’è anche un nido e la scuola dell’infanzia.

Alla fine il progetto è decollato, la scuola poteva vivere.

Ma c’è stato un giorno in cui ho avvertito che le cose stavano cambiando: davanti è stata aperta una cartoleria», ricorda Maria Teresa Furci, prof che il preside, a Vibo Valentia, faceva parlare per prima nei consigli di classe perché «nelle lezioni di strumento sei a tu per tu con i ragazzi e impari a conoscerli a fondo».  

Il quartiere ha ricominciato ad amare la sua scuola. «Abbiamo messo nei negozi le locandine dei nostri concerti, abbiamo creato la pagina Facebook, organizzato open day». Domani il debutto. «A volte mi pare incredibile. Poi, penso che ho imparato a calibrare i tempi in camera oscura quando aiutavo mio padre, fotografo. E allora mi dico che sì, è possibile».

C’è un territorio che si stringe intorno alla sua scuola, la Drovetti, e che spera di non vederla chiudere o trasformarsi in qualcosa di diverso. Lo ha dimostrato nel primo «open day» per le iscrizioni in prima media, a cui sono state invitate le quinte delle primarie Casati e Battisti dell’Istituto comprensivo che include, appunto, la media di via Bardonecchia 34, in passato al centro di polemiche e via via abbandonata dalle famiglie.

E la Drovetti , sabato 12 novembre, ha dato il meglio di sé con l’orchestra e il coro (la scuola media ha l’indirizzo musicale) e la preside Furci, violinista, che ha suonato con i ragazzi nel singolare auditorium aperto che impreziosisce l’atrio. Sulla balconata-salone, poi, le spiegazioni sul Piano dell’offerta formativa, sul patto scuola-famiglia, i progetti artistici che proseguono dalla primaria alla media, le rassicurazioni sulla stabilità del corpo insegnante (solo un docente è precario).

«Le famiglie hanno dimostrato grande attenzione – ha detto la preside a fine mattinata -, il desiderio di riappropriarsi di questa scuola c’è, ma i genitori hanno bisogno di certezze. Per questo abbiamo chiesto un incontro all’assessora all’Istruzione Federica Patti».

Servirebbe un impegno con un comune obiettivo da parte dell’Ufficio Scolastico Regionale e della Città. «I nostri ragazzi sono sempre andati con ottimo profitto in licei come il Cavour, il Berti. Non ha senso che il quartiere perda la media avendo due primarie e un oratorio frequentato da 700 ragazzi», riflette la professoressa Gianna Savant Levet.

Dal prossimo anno, tra l’altro, la Drovetti dovrebbe diventare scuola polo per le certificazioni Trinity. 

 

C’è stato un giorno in cui la preside Furci ha capito di avercela fatta ad invertire la rotta: quando è stata aperta una cartoleria davanti alla scuola, in via Bardonecchia

http://www.lastampa.it/2017/09/10/cronaca/la-preside-violinista-ha-cambiato-la-storia-della-scuola-dei-bulli-xutXrhHmmOpx8VU9fPgRBM/pagina.html

* La buona notizia del venerdì: Combattere il machismo si può ….lavorando a maglia

Combattere il machismo lavorando a maglia. I «tessitori» cileni conquistano il web

Si fanno chiamare «i tessitori» e hanno un progetto ambizioso: scardinare la società patriarcale cilena rendendola più tollerante e meno machista.

Un modo per lottare contro gli stereotipi e per promuovere una nuova immagine del maschio cileno (Facebook) 

Il lavoro a maglia, secondo la tradizione sudamericana, è un’attività prettamente femminile ed è proprio per questo che, soprattutto in Sud America, se a praticarlo sono i maschi l’effetto sociale è garantito.

E proprio su questo hanno deciso di puntare questi ragazzi del Cile, autori dell’ambizioso progetto Hombres Tejedore, il cui obiettivo è quello di scardinare la società sessita cilena rendendola più tollerante e meno patriarcale.

Da quasi un anno questo gruppo si riunisce, almeno una volta al mese, in un luogo pubblico della capitale Santiago e si mette a cucire o a fare la maglia.

Il gruppo che ha dato vita all’iniziativa è formato da 12 uomini di età compresa tra i 26 e i 42 anni: “Tutti facciamo mestieri diversi. Ciò che ci unisce, è che siamo cresciuti in una società patriarcale che ci dà un ruolo ben preciso: un uomo non deve essere sensibile, non può piangere, deve essere forte” ha detto Higuera.

Lo scopo è quello di combattere le disuguaglianze: “Crediamo che oggi queste disuguaglianze di genere dovrebbero scomparire. In primo luogo, perché le donne sono quelle che hanno sofferto maggiormente per questo maschilismo, ma anche per dare a noi uomini la possibilità di liberarci di questo ‘ruolo’ che ci è stato attribuito“.

Per un uomo lavorare a maglia non è solo vergognoso, ma anche pericoloso perché c’è chi potrebbe vedere in quest’iniziativa un modo per mettere in discussione la posizione del maschio nella società“.

Ci consideriamo un gruppo femminista, egualitario, che è contro la discriminazione degli omosessuali… Ma, soprattutto, vogliamo cambiare l’immagine dell’uomo nella società cilena e permettere a ognuno di vivere come vuole“.

In meno di un anno la pagina Facebook del gruppo ha raggiunto oltre 85.000 like e l’iniziativa è stata esportata anche in altri Paesi dell’America Latina. 

Richieste di collaborazione sono giunte dai diversi angoli del mondo: “I nuovi tessitori arrivano anche dalla Germania e dall’Ucraina“, hanno fatto sapere dal gruppo.


Fonte:

http://www.corriere.it/foto-gallery/moda/news/17_gennaio_13/combattere-machismo-lavorando-maglia-tessitori-cileni-conquistano-web-8e170350-d9a4-11e6-952e-58991072e757.shtml?cmpid=SF020103COR

BRAVI!

https://lauracarpi.wordpress.com/tag/lavorare-a-maglia/

https://lauracarpi.wordpress.com/2015/05/29/la-buona-notizia…-anche-ai-maschi/

 

* La buona notizia del venerdì: L’importanza della diversità

Questo Supermercato Ha Rimosso Ogni Cibo Straniero Come Protesta Contro Il Razzismo

Quando alcuni clienti sono entrati nel supermercato Edeka ad Amburgo, si sono sorpresi di trovare la maggior parte dei banchi vuoti.

Solo una manciata di prodotti erano rimasti, precisamente quelli che vengono fatti in Germania.

Inizialmente si pensava che il supermercato avesse semplicemente dimenticato di rifornire i propri espositori, fin quando i clienti non hanno notato i singolari cartelli disseminati per tutto il negozio: “Senza stranieri uno scaffale è vuoto”.

O ancora: “Tutto così noioso senza varietà”.

Si è scoperto così che Edeka, come forma di protesta contro il razzismo, aveva scelto di vendere per un giorno solo prodotti tedeschi.

Si è scoperto così che Edeka, come forma di protesta contro il razzismo, aveva scelto di vendere per un giorno solo prodotti tedeschi.

Il risultato è stato l’assenza di tutti quei prodotti che invece sono presenti in ogni supermercato moderno.

“Edeka supporta la diversità, produciamo una vasta gamma di prodotti assortiti, provenienti da tutte le regioni della Germania”.

“Ma è solo insieme ai prodotti provenienti dai paesi stranieri che creiamo una diversità unica, che i nostri clienti apprezzano”.